COSA È, PER ME, NANNI BALESTRINI

RAFFAELE NENCINI

 

Compagni rifiutiamo il lavoro. Vogliamo tutto il potere vogliamo tutta la ricchezza.

Dobbiamo lottare perché non ci sia più il lavoro.

Dobbiamo lottare per la distruzione violenta del capitale.

Nanni Balestrini, Vogliamo tutto!

Nanni Balestrini è morto: ogni antilavorista lo piange. Quando ho saputo della cosa, uno squallido lunedì mattina mentre andavo al lavoro, ho subito pensato che, su «Il mondo o niente», lo avremmo dovuto ricordare. Suona un po’ ridicolo, me ne rendo conto, ma io ho avuto la chiara percezione che mi sarei sentito in colpa se non lo avessimo fatto. Come se non bastasse, poi, avrei rischiato di borbottare qualcosa di sgradevole se fosse toccato ad altri di scriverne, perché, insomma: Nanni Balestrini.

Come molti di noi sciagurati naufraghi nati negli Ottanta, anche a me è toccato di conoscere la sua opera per tramite di quel libro bellissimo che è L’orda d’oro. Il grande affresco sulla sinistra di classe italiana nel ventennio Sessanta-Settanta, scritto insieme a Primo Moroni (un altro gigante che andrebbe nominato più spesso) – è un testo per cui i superlativi non bastano, che restituisce la complessità e la ricchezza delle lotte che hanno preceduto, attraversato e seguito il lungo sessantotto italiano. Per chi abbia lavorato in una prospettiva storica con fonti orali è un libro molto caro, perché ricostruisce, tra le altre cose, la prima stagione della oral history in Italia e le sue parentele, le sue ascendenze, con l’etnologia e gli studi sul canto popolare, oltre che alcune gemmazioni di quegli ambiti di ricerca. Ma questo è solo un aspetto, neppure centrale de L’orda d’oro: occorrerebbe molto più spazio di quanto mi sia concesso per rendergli debitamente onore. Certo è che in essa trovano una trattazione sistematica nella forma del saggio storico molte vicende che Balestrini aveva già raccontato ricorrendo ad altri strumenti espressivi. Non conosco la sua intera produzione e su alcune cose confesso di avere un giudizio molto superficiale e, soprattutto, non intendo proseguire queste righe con una scheda biobibliografica (il gruppo 63, «il Quindici», «alfabeta», ecc. ecc). La si può trovare ovunque. Chi ne ha avuto bisogno, a questo punto, l’ha già trovata. Vorrei invece ricordare due romanzi letti, e amati, da giovane. Lo faccio anche perché ho il sospetto che il nostro pubblico, se esiste, potrebbe così scoprirli. Sto parlando di Vogliamo tutto! e L’editore. Il primo libro, del 1971, è la storia di un giovane proletario meridionale che viene a contatto con la violenza dell’organizzazione della fabbrica fordista e come reazione si radicalizza. Nel romanzo si riverbera il conflitto che nasce col lavoro. Se il qualunquista che apre il racconto è lo stesso soggetto militante che lo chiude, cosa li separa è il divenire classe, che passa attraverso l’odio per il lavoro, per le condizioni del lavoro, per la stupidità del lavoro, per la sua disumanità. È lo stesso odio per la follia della società fondata sul lavoro industriale. Cosa ci dice Balestrini è molto chiaro: è dal lavoro, non attraverso il lavoro, che dobbiamo liberarci. Vogliamo tutto! è narrato in prima persona, come la trascrizione di un racconto orale, ma il registro si evolve: la prima parte è sgrammaticata e ricca di anacoluti, mentre nella seconda il lessico muta e diventa quello più elaborato di un militante politico, perché (come succede durante ogni stagione di lotte) le vicende narrate corrispondono anche a un processo di educazione individuale e collettivo.

Le atmosfere de L’editore sono ben diverse: apparentemente può sembrare una storia di intellettuali che si parlano addosso, ma in realtà il libro è una riflessione sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli e sulla fuoriuscita dalla stagione politica in cui aveva avuto luogo. I personaggi del libro si rendono conto che la morte dell’editore non ha solo cambiato la fisionomia del movimento operaio, ma ha anche trasformato in modo irreversibile le loro vite: quelli che volevano tutto, che volevano cambiare il mondo e fare la rivoluzione, adesso non ci sono più.

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