Da Lenin a Stalin: leggere Victor Serge oggi.

Raffaele Nencini

Victor Serge, Da Lenin a Stalin. 1917-1937 Cronaca di una rivoluzione tradita, Bollati Boringhieri, 2017, pp. 208, € 15,00

Può darsi ch’io sia poco attento, ma non mi pare di assistere a chissà quale florilegio di titoli in occasione del centesimo anniversario della rivoluzione bolscevica. Tra i non molti volumi da me notati, segda_lenin_a_stalinnalo la nuova edizione di un vecchio libro di Victor Serge, Da Lenin a Stalin, riedito da Bollati Boringhieri dopo la prima pubblicazione italiana di Savelli del 1973. Come per altre opere del medesimo autore, in primis la memorabile autobiografia, credo sia difficile interpretare questo testo diversamente che come un monito circa i differenti destini che attendono le rivoluzioni e i rivoluzionari. Serge, al pari di molti altri che non esitarono ad arruolarsi tra i ranghi della rivoluzione d’ottobre, fu un rivoluzionario anche quando le speranze di riscatto si tramutarono in reazione burocratica; fu lucidamente rivoluzionario, cioè a dire non fece sconti alla rivoluzione. Già nel 1937, quando questo scritto apparve in francese e mentre i suoi amici trockijsti erano ancora attestati sulla metafora del termidoro, egli denunciava il carattere totalitario dello stato sovietico.

La distinzione è utile a delimitare il perimetro della questione: dicendo termidoro, si definisce una condizione politica venutasi a creare con un colpo di stato da parte di un gruppo dirigente efferato, che tuttavia può essere sostituito tramite la lotta politica condotta in seno allo stato operaio; altra e ben più vasta condizione è quella che Serge lucidamente tratteggia descrivendo l’unione sovietica degli anni trenta. Dove la vecchia guardia dei rivoluzionari bolscevichi è stata sostituita in toto da una generazione di funzionari postrivoluzionari, dove il passato è costantemente falsificato per preservare il potere del capo, dove la polizia politica interviene a ogni livello, dove l’idolatria, il conformismo, la delazione, la menzogna garantiscono la riproduzione di un ordine sociale che è peggiore di quello precedente la guerra. Non lo stato operaio degenerato, ma la dittatura dell’apparato.

Tutte cose che troviamo scritte ovunque, diranno solerti i miei piccoli lettori: non è forse ciò che ci dicono Orwell e, a suo modo, anche Koestler? In larga parte, non si leggono queste cose nei manuali di storia? Nelle pagine culturali della grande stampa e dei quotidiani comunisti? Tutto vero, a uno sguardo di superficie: per chi non abbia, almeno una volta, avvertito l’urgenza di mondare l’immondizia del mondo, probabilmente le distinzioni sono inessenziali. Se viceversa si denuncia la necessità di un diverso ordine morale, la grandezza di Victor Serge è evidente. Poiché consiste nell’essersi saputo sottrarre alla falsa logica dell’epoca – o con il capitalismo borghese o con l’Unione sovietica. E nell’averlo fatto senza coltivare particolari illusioni di scappatoia politica – la lotta d’opposizione dopo i processi staliniani – ma sondando la possibilità di praticare un comunismo libertario e senza partito, pur negli anni più tragici del secolo scorso.

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ilmondoniente Written by:

4 Comments

    • ilmondoniente
      giugno 15, 2017
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      attendiamo con ansia.

  1. agosto 18, 2017
    Reply

    Pochi, come Victor Serge, percepirono per tempo questo stravolgimento come il tradimento di un ideale, denunciandone pubblicamente la barbarie.

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