David Foster Wallace nella casa stregata: solo per gli ossessionati

Ferruccio Mazzanti

Carlotta Susca, David Foster Wallace nella casa stregata, Stilo Editrice, pp. 217, € 18

Questo saggio è consigliato solo ai veri fanatici che, dopo la sbornia Wallaciana dell’ultimo decennio sentano ancora il desiderio di approfondire gli aspetti strutturali e teorici dell’autore di Infinite Jest.

Oggi giorno studiare DFW è altamente rischioso, perché, come fa giustamente notare Susca, Wallace pone all’interno dei suoi scritti un effetto ottico di realtà finalizzato a produrre la maggior vicinanza possibile fra autore e lettore, senza però dimenticarsi mai che tale vicinanza non si tramuta in una vera e propria autenticità dato che stiamo appunto parlando di un effetto ottico.

Copia-di-Copertina-di-David-Foster-Wallace-nella-Casa-Stregata-Stilo-Editrice-2012 Per Susca Wallace era particolarmente talentuoso nel produrre, nonostante alcune fondamentali contraddizioni metodologiche e tematiche dei suoi romanzi, questa strana percezione fenomenica che induce il lettore a sentire Wallace nella propria testa o viceversa a credere di trovarsi all’interno della testa di Wallace. E di certo è una posizione estremamente pericolosa dato che James Incandenza si fa esplodere il cranio in un forno a microonde e che le fantasie suicide spesso focalizzino il proprio impulso proprio sulla distruzione del sistema centrale nervoso e che Wallace purtroppo ahimè si è suicidato. La poetica di DFW, a ben guardare, mirava a combattere la solitudine che la società contemporanea produce sugli individui, trattenendosi dai trabocchetti dell’intrattenimento commerciale, ma facendoci prendere coscienza del terribile loop esistenziale in cui siamo sprofondati, e, per farci mandar giù la pillola, Wallace è dovuto ricorre ad uno stile a sua volta intrattenente anche se ufficialmente definto come antintrattenente (e così via con questi simpatici giochetti postmoderni). Ed è proprio qui che si pone il problema di posizione di Carlotta Susca.

Il suo saggio è interessante non tanto perché dica cose nuove su Wallace: le sue idee sono per lo più rintracciabili nel resto della letteratura critica su DFW, ma proprio perché tenta di ripercorrere passo per passo l’effetto ottico di autenticità che caratterizza l’epopea di DFW, con l’unico risultato che il lettore attento cercherà uno stile personale della Susca innamorandosi ancora una volta delle idee di quel vecchio caro David.

Eppure, se dovessimo rispondere all’arringa conclusiva di Carlotta Susca, ribadiamo che non solo è leggibile, ma anche che sì ci piace molto.

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