DIARIO DELLO SPUTNIK. UN’IDEA DI CASA EDITRICE

CATERINA ORSENIGO

Daniele Ponchiroli, La parabola dello Sputnik. Diario 1956-1958, a cura di Tommaso Munari, Edizioni della Normale, 2017, pp. 308, € 28,00

Un paio di mesi fa mi è capitato per le mani un libro delle Edizioni della Normale dall’elegantissima copertina bianca e dal bellissimo titolo La parabola dello Sputnik. Si tratta del diario, 1956-1958, di Daniele Ponchiroli che, giustamente, molti di voi non sanno chi sia. Non importa. Qualcuno l’avrà in realtà incontrato sotto mentite spoglie, come personaggio di Se una notte di inverno un viaggiatore di Calvino, con il nome di Cavedagna. Daniele Ponchiroli, normalista, allievo di Gianfranco Contini e amico stretto di Giulio Bollati, fu redattore a Einaudi per due decenni: quasi sempre celandosi sotto pseudonimi curò libri come Il milione o l’Orlando furioso, illustrò diversi romanzi per ragazzi e ne scrisse uno. Il motivo per cui mi interessa parlare di questo diario però, non è tanto il suo autore, quanto il mondo che racconta.

Immaginate una casa editrice, oggi, dove la maggior parte delle persone che vi sono impiegate sono, per l’appunto, impiegati. Possono, in certi fortunati casi, spingere per un autore o per l’altro, per un traduttore o per l’altro, ma restano lavoratori come altri. Lavoro salariato come tanti altri.

Immaginate poi Daniele Ponchiroli, Giulio Einaudi, Luciano Foà (che fondò circa cinque anni più tardi l’Adelphi) e poi Bobbio, Calvino, Fruttero… immaginate questi perlopiù quarantenni, Ponchiroli, Fruttero e Calvino poco più che trentenni – completamente immersi nel lavoro della casa editrice: quelle che risultano dal suo diario sono giornate che girano intorno alla Einaudi in ogni momento, dentro e fuori l’ufficio. Nell’ufficio c’è il lavoro di per sé, ci sono le discussioni letterarie, di visione del mondo, di politica; la sera ci sono cene a casa di uno o dell’altro, spesso con le rispettive mogli, in cui tutte le sfere della vita si amalgamano e intrecciano completamente, fino a partire insieme per un bagno al lago nel mezzo di un pomeriggio di luglio e tornare in casa editrice la sera, fino, nel novembre del ’56, a dedicare per diverse settimane tutto il tempo e le parole e gli sforzi a interrogarsi sulla posizione da prendere rispetto ai fatti d’Ungheria, sui comunicati da scrivere contro il Pci (di cui tutti fino a quel momento avevano la tessera, e da cui alcuni sono usciti proprio in quel periodo) che si era schierato con la Russia, con continue incursioni all’Unità di Torino perché si ribellasse alla linea del partito, fino quasi a rinchiudere l’allora direttore Luciano Barca nel suo ufficio nel tentativo di portarlo dalla loro parte: come se in quel momento le priorità del lavoro editoriale andassero completamente a coincidere con quelle politiche.

In quelle settimane venne firmato questo appello:

 

(…) noi componenti del Consiglio editoriale della Casa editrice Einaudi, uomini di differenti posizioni ideologiche e politiche, ma legati dalla comune fedeltà alla tradizione democratica e antifascista della Casa editrice e da una comune esperienza del lavoro ispirata al proposito di ricercare e divulgare con libero spirito critico gli insegnamenti positivi del passato e del presente, perché se ne traggano ragioni di costruttiva fiducia nell’avvenire, riteniamo nostro dovere dire nella forma di una esplicita dichiarazione i convincimenti, maturati in molti anni di serena discussione e collaborazione, che guidano la nostra attività.

Noi sentiamo come nostro compito quello di contribuire a formare quadri culturali, politici, professionali che traggano l’efficacia del proprio operato dalla conoscenza della realtà politica, culturale, economica, sociale, tecnica, del nostro e di altri paesi.
Ci sentiamo, per questo, civilmente impegnati ad affrontare lo studio di avvenimenti e di problemi con scrupolo di ricerca e rispetto della verità, così da favorire, contro ogni confusione propagandistica, la chiarezza e il confronto di posizioni pur diverse.
E teniamo per nostro responsabile dovere, anche in situazioni oscure o drammatiche, individuare la verità e il dirla, al di sopra e al di fuori di ogni tattica e compromesso contingente. La nostra posizione di fronte ai gravi avvenimenti che scuotono il mondo in questo momento non può essere pertanto che di condanna d’ogni tentativo di ritorno alla politica di potenza e di divisione del mondo in blocchi armati; di condanna di ogni ricorso alla forza e di ogni intervento che soffochi l’autonomia e l’indipendenza dei popoli (…). Noi richiediamo l’attenzione degli uomini politici italiani sulla grave responsabilità che ad essi incombe in questo momento e che essi potranno degnamente assolvere solo se rifiuteranno di identificarsi acriticamente con le posizioni di questo o quel regime, di questo o quel paese, ma cercheranno di influire con il proprio contributo originale sull’evoluzione positiva della soluzione mondiale.

Bene.

Arrivata alla fine di questa lunga citazione mi verrebbe voglia di fermarmi qua. «Compito», «civilmente impegnati», «rispetto della verità», «responsabile dovere»… non c’è molto da aggiungere, ma cerco di tirare le fila del discorso.

Ci sono due cose che mi sembra emergano da ciò che Daniele Ponchiroli restituisce di quel suo mondo di allora. Da una parte il rapporto col lavoro: un lavoro che prende tutte le ore della giornata perché è passione, e non mangia la vita perché nel bene e nel male coincide con essa, e a spingere non è il bisogno di ricevere un salario possibilmente facendo qualcosa di abbastanza vicino ai propri interessi, ma un desiderio di ricerca e conoscenza e comprensione («ricercare e divulgare con libero spirito critico gli insegnamenti positivi del passato e del presente, perché se ne traggano ragioni di costruttiva fiducia nell’avvenire»). Un lavoro che non è più lavoro perché è un fuoco, un entusiasmo e quindi decisamente e necessariamente non ha cartellini da timbrare (nei periodi meno pieni, Ponchiroli può lasciare giusto un biglietto e andarsene al mare una settimana senza dir nulla, pur infastidendo Einaudi che per giunta «sabato scorso si è arrabbiato perché alle undici ancora nessuno era in ufficio», mentre un martedì di fine luglio «Entro (verso le 20) nell’ufficio della segreteria: Lucentini, Calvino e Foà stanno discutendo del romanzo italiano»).

Qualche tempo fa un celebre autore di questa rivistina osservava come, pur in fondo desiderando sottrarsi alle maglie strette del lavoro come lo conosciamo, il fatto di lavorare in un ufficio verso il quale non si ha un autentico coinvolgimento emotivo, facendo cose più o meno interessanti, con persone che mai si sceglierebbe per condividere altri aspetti della vita, sia sociologicamente interessante. Mi aveva fatto quindi ripensare alla vulcanicità creativa che si evince dal racconto, pur scritto in maniera estremamente neutra, di Ponchiroli. Al piacere della discussione, della condivisione, anche di attriti ma che muovano da un coinvolgimento reale e profondo. Del resto per quanto ne sappiamo di vita ce n’è una e, se si ha la fortuna di poter scegliere, non la si può sprecare a fare cose che non si ritengano importanti.

E questa è una cosa.

L’altra questione da indagare riguarderebbe l’impegno dei cosiddetti intellettuali nell’interpretazione della realtà e nell’azione su di essa. Ma, a tal proposito, penso che l’estratto dell’appello citato dica già abbastanza da solo. Aggiungo solo, a proposito di scale delle priorità, che dal diario emerge solo alcuni mesi più tardi che Einaudi nel periodo in cui avvennero i fatti di Ungheria, versava in gravissime difficoltà economiche, tanto da sfiorare il rischio del fallimento, e che a lungo alcuni dipendenti e collaboratori non poterono nemmeno essere pagati.

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