Esiste un mondo a venire?: No. Si. S’apre il dibattito.

Caterina Orsenigo

Deborah Danowski, Eduardo Viveiros de Castro: Esiste un mondo a venire?, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri, Edizioni Nottetempo, 2017, pp 320, € 17,00

 

A metà degli anni ’80 Margaret Atwood scrisse A handmaid’s Tale. Ambientato alla fine del ventesimo secolo, il romanzo immaginava l’insediarsi di una teocrazia totalitaria a ispirazione biblica in Nord America come reazione a un mondo sterile, stremato da guerre e inquinamento, abitato da un’umanità inane e infeconda.

Negli ultimi decenni ma specialmente negli ultimi anni il nostro immaginario si trova sempre più spesso a confrontarsi con l’idea di un mondo morente o di mondo già morto.

In Esiste un mondo a venire?, importantissimo saggio edito in Italia da Nottetempo, gli antropologi brasiliani Deborah Danowaski e Eduardo Viveiros de Castro analizzano le due principali correnti imboccate dal pensiero occidentale sulla questione: da una parte l’idea di un mondo-senza-di-noi in cui Gaia, questo mostro fin’ora addormentato che l’uomo credeva di governare e che si sta pericolosamente risvegliando, tornerà sovrana, riacquisendo la forma rigogliosamente selvaggia del mondo-prima-di-noi e annientando la specie umana; dall’altra l’idea di un noi-senza-mondo, che può essere quello de La strada di McCarthy o di Interstellar, ma anche un noi libero dalle necessità del corpo, dove tutte le funzioni siano espletate da un hardware immateriale capace di sopperire alla natura stessa grazie ai progressi dei calcolatori elettronici.

Mettendo da parte quest’ultimo partito che non tiene conto di come i disastri ambientali cui andiamo avvicinandoci rendano sempre meno scontata la possibilità di mantenere una dipendenza dall’energia come quella a cui siamo abituati oggi, figuriamoci maggiore, da entrambi i lati troneggia la distinzione manichea tra uomo e mondo. E in effetti, in quest’epoca denominata Antropocene, il secondo si è trasformato da agente biologico in forza geofisica, effettivamente in grado di distruggere il pianeta.

Gli autori, constatando l’impossibilità di fermare i profondi cambiamenti verso cui ci dirigiamo, asseriscono la necessità di rifondare una mitologia attraverso cui l’essere umano, che nel giro di due secoli è rimasto prima senza dio, poi senza soggetto e presto rimarrà senza mondo, possa affrontare un presente e un futuro prossimo di trasformazioni profonde e soprattutto fare resistenza, combattere la guerra contro quell’Uomo Moderno che ancora non si rende conto che di questo modo di vivere si pagheranno le conseguenze. La mitologia indios cui si rifanno i due antropologi è una mitologia fondata sulla diplomazia tra le specie, dove ognuna di esse è specie umana – che sia la “specie umana dei giaguari” o la “specie umana dei sassi” – e vede se stessa come “specie umana degli uomini”, ma sa di esser percepita in modo diverso dalle altre specie. Così, non ricollocando l’essere umano “più in basso”, ad animale fra gli animali, ma elevando gli elementi della terra a specie umane, si fonda la possibilità di affrontare Gaia dall’interno e lottare contro quella forza geofisica che è l’Uomo Moderno.

Sono passati trent’anni da quando Margaret Atwood ha scritto A handmaid’s Tale e quel prossimo futuro distopico, come ci mostrano Danowski e De Castro, si sta attualizzando sotto i nostri occhi. Nel 2017 Bruce Miller ha realizzato la prima stagione di una serie tv basata sul romanzo della Atwood e ambientato in un futuro molto prossimo al nostro presente.

Se quella di Esiste un mondo a venire? è una chiamata alle armi, dove i nemici vengono nominati e l’urgenza resa palese, e dove soprattutto sussiste la possibilità di scegliere da che parte stare, Miller racconta invece  l’eventualità in cui fosse troppo tardi per scegliere. Eventualità in cui pochissimi si metterebbero in salvo a scapito di tutti gli altri.

E così in A handmaid’s Tale i “Comandanti” e le loro mogli sono dotati di ancelle – ultime donne rimaste fertili, private ormai di ogni diritto – che diano loro dei figli, è vietata la lettura, la società è rigorosamente suddivisa in classi sociali e tutta la vita è inquadrata in regole strettissime. Ed è proprio questa teocrazia totalitaria del Nord America, spoglia di ogni libertà e diritto, lo Stato che meglio riesce a far fronte alle condizioni sempre più impervie di un mondo reso ormai arido e improduttivo.

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