FASCISTI DEL TERZO MILLENNIO: UNA RICERCA ETNOGRAFICA

Raffaele Nencini

 

Maddalena Gretel Cammelli, Fascisti del terzo millennio. Per un’antropologia di CasaPound, Ombre Corte, 2015, pp.126, € 12,00.

Giunti al decimo anno di crisi, un paesaggio devastato sembra circondarci: tra le macerie si scorgono delle carcasse, su di esse si avventano gli sciacalli. Più si nutrono, più divengono famelici. Le ultime settimane sono state le più cruente: tra le tante aggressioni e le provocazioni, le catastrofi politiche e la meschinità della politica, giusto ieri è arrivata la notizia del raduno nazionale dei fasci a Roma il 28 ottobre, anniversario della presa del potere da parte di Mussolini. L’impressione, per dire così, è che le destre radicali stiano mostrando una capacità finora inedita di occupare uno spazio egemonico nel discorso pubblico. In questo clima, non sono moltissime le nuove pubblicazioni dedicate alle organizzazioni neofasciste: valga l’esempio di questo libro, già vecchio d’un paio d’anni, che tuttavia è il testo più recente sul movimento politico CasaPound. Ne è autrice l’antropologa antifascista Maddalena Gretel Cammelli, la quale ha condotto un’etnografia tra i militanti dell’organizzazione, indagandone i rituali collettivi.

Tra di essi spiccano i concerti del gruppo rock non conforme Zeta Zero Alfa, guidato da Gianluca Iannone, leader e fondatore del partito. Durante questi spettacoli, la comunità politica si compatta attorno al proprio capo, celebrando sé stessa – e il mito fondativo della violenza – nella cosiddetta “Cinghiamattanza”: mentre Iannone canta, il pubblico si sottopone alla prova del dolore fisico in una sorta di danza in cui ci si prende a cinghiate con la cintura dei pantaloni. Può certamente strappare qualche risata amara, eppure questa pratica assume il valore di ritualità, poiché, come lo studio rivela «il contatto si fa materiale e l’immersione nella comunità e nella sua totalità diviene corporea». Ed ecco lo sguardo dell’antropologa che rinviene quella concezione organicistica della società consustanziale a ogni fascismo, secondo cui l’individuo è concepibile soltanto in quanto elemento secondario rispetto alla comunità. E la comunità è coesa tanto più è dichiarata l’ostilità nei confronti di tutto ciò che le è estraneo (siano i migranti, l’euro, la finanza mondiale, il signoraggio bancario o la globalizzazione).

Ne è testimonianza l’orgoglioso fiorire di slogan sul merchandising musicale d’area: “Comunque vada sarà una barricata”, “Cani da guerra”, “Accademia della sassaiuola”, “Diverso da te”, “Entra a spinta nella vita”. La violenza fascista, dunque, come elemento mitologico da evocare con fierezza, sempre più spesso come esplicita pratica politica, gli omicidi di Firenze nel 2011 e di Fermo l’anno scorso, le intimidazioni al parroco di Ostia, tutto ciò affonda le radici in un caso estremo di essenzialismo culturale in cui alcune specifiche identità sono date come eterne e immutabili. «Idee senza parole», come Nazione, Tradizione, Italianità sono volte, in una confusa retorica politica, piena di immagini e di simboli, a compattare gli animi attraverso quell’estetizzazione della politica che già Walter Benjamin aveva letto come l’essenza del fascismo.

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