GIORGIANA MASI: UN LIBRO REAZIONARIO

Raffaele Nencini

Concetto Vecchio, Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano, Feltrinelli, 2017, pp. 225, €18,00

Di questo volume sono circolate ottime recensioni sulla stampa, eppure non è un libro da leggere; o forse è un libro da leggere come sintomo dei malanni del paese, in ogni caso è un libro sbagliato, disonesto, preoccupante, reazionario. Non tanto, o non soltanto per quello che ci dice, o non ci dice, dell’omicidio di Giorgiana Masi: non soltanto, cioè, perché il libro in fin dei conti apre uno spiraglio all’ipotesi faziosa, e inconsistente, del fuoco amico – e pure il sottotitolo è criticabile, perché siamo al cospetto di un mistero solo dando credito alla versione di Cossiga. È il suo intero impianto che desta perplessità: che narrazione costruisce Vecchio? Di cosa parla? Del 1977 o dei temibili black block che tanto terrore hanno destato sulle pagine de la Repubblica? Dei No Tav eversivi dell’ordine democratico? Con quali lenti egli osserva i fenomeni di cui parla?

Se è vero, come è vero, che ogni storia è storia contemporanea, è anche altrettanto vero che certe operazioni sono talmente grossolane da non poter essere taciute. Ricostruendo il contesto storico, vale a dire parlando del lungo ciclo di conflittualità aperto con l’autunno caldo, l’autore adotta categorie che lasciano molto perplessi, come la mancanza di senso civico o il nichilismo (pp.22 e 25). Sarebbe probabilmente superfluo obiettare al Nostro che la questione  da porre sia decisamente un’altra, ovvero chi dovesse pagare i costi dello sviluppo italiano: i costi dell’improvvisa urbanizzazione, delle infrastrutture mancanti, di un sistema dell’istruzione apertamente classista, i costi delle migrazioni interne, del boom industriale. Superfluo, perché siamo ormai abituati a pensare che queste argomentazioni non possano farsi strada dalle parti della redazione del grande giornale romano, e anzi sono sempre più frequenti le acute analisi sociologiche che si poggiano sul problema del senso civico. Difficilmente potrà darmi torto chi abbia il fegato di seguire su quelle colonne la cronaca politica del tempo presente. Del resto, non è facile ignorare l’eco di una certa vulgata sugli antagonisti che sabotano i cortei pacifici, quando si leggono ricostruzioni come questa: «Ci sono almeno mille giovani pericolosi che si nascondono nelle viscere dei movimenti antisistema» (pag. 24). Ma non basta: poco dopo (pag. 26), scopriamo che Lama, col celebre comizio alla Sapienza, intendeva «invitare gli studenti a non disperdere nella brutalità la loro forza». Le cose erano un po’ più complesse, per dire così.

Ma insomma, si dirà, questo libro non è un saggio di storia sugli anni settanta: è un’inchiesta sulla morte di Giorgiana Masi! Ed è vero, il libro si occupa della morte della ragazza, che «adesso sarebbe madre, nonna, probabilmente guarderebbe con una punta di nostalgia a quel suo lontano impegno giovanile a sinistra», chiosa paternalisticamente Vecchio. Le circostanze dell’omicidio sono ricostruite pedissequamente, ma senza mai prendersi con chiarezza delle responsabilità: l’autore intervista Giovanni Santone, l’agente di polizia infilitrato che quel 12 maggio fu immortalato da Tano D’Amico con la pistola in mano, il quale attribuisce la morte della giovane al piombo dei compagni; il giornalista (pag. 163) commenta così: «”Bugiardo”, pensai. “Mente su foto Ponte Garibaldi”, annotai veloce. Ma adesso, mentre scrivo queste righe, e ripenso a quel momento, mi sembra una soddisfazione penosa. Magari Santone era sincero». Qui bisognerebbe, ma Vecchio non lo fa, porre delle semplici domande all’agente:

  • chi le chiese di estrarre l’arma?
  • quel giorno, lei usò la pistola?
  • da chi venne alla polizia l’ordine di impiegare degli agenti in borghese con licenza di sparare ad altezza uomo?

Su quest’ultimo problema, peraltro, le idee di Vecchio sono abbastanza chiaramente espresse (pag. 123): «Non si può escludere che l’impiego dei poliziotti in borghese venne [Sic!] deciso all’insaputa del titolare del Viminale, non si spiega diversamente il comunicato diramato da Cossiga dopo che Il Messaggero aveva smascherato Santone come poliziotto in borghese». Viene voglia di rispondere con queste parole della massima autorità in materia: Francesco Cossiga.

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