I nuovi volti del fascismo: appunti sull’ultimo libro di Enzo Traverso

RAFFAELE NENCINI

Enzo Traverso, I nuovi volti del fascismo. conversazione con Régis Meyran, Ombre corte, pp. 141, € 13,00

Chiunque abbia una pur minima familiarità con certa letteratura storica, o maneggi determinate categorie della filosofia politica, avrà probabilmente sbattuto il muso contro l’efficacia solo parziale – al di là delle esigenze immediate della lotta politica – del concetto di fascismo come strumento utile per interpretare il fenomeno globale delle nuove destre radicali sulle due sponde dell’Atlantico. In effetti, il dibattito teorico sul fascismo non è certo concluso, ma definisce un fenomeno dai confini cronologici e politici abbastanza chiari. Quando si parla di fascismo, non c’è molta ambiguità sull’oggeto della discussione. Invece, le nuove destre radicali sono un fenomeno ancora in evoluzione e piuttosto eterogeneo.

Da questo assunto muove la riflessione che Enzo Traverso propone in questa sua ultima pubblicazione, un libro intervista confezionato insieme a Régis Meyran; un breve testo che è molto influenzato dall’ambiente culturale francese al cui interno gli autori operano, e che al contempo è ricco di elementi per una rilfessione generalizzabile. Causando forse qualche problema al pubblico italiano, che a partire dagli anni novanta è stato abituato a confrontarsi con le conseguenze politiche della fine del paradigma istituzionale antifascista, Traverso suggerisce la nozione di postfascismo, distinguendola da quella di neofascismo proprio per marcare la difficoltà a considerare le nuove destre come dei nuovi fascismi tout court. In molti casi è riconoscibile la matrice fascista senza la quale queste organizzazioni non esisterebbero, ma esse sono altro: diversi sono i loro margini di azione, diversa è la loro composizione sociale. Questi partiti non si propongono come forze sovversive, antisistema: viceversa, mirano alla compatibilità con le architetture istituzionali, pur presentandosi come alternative alle forze politiche di governo. In sostanza, si stanno giocando la carta di una pretesa normalità “democratica” perché, secondo gli autori, essa è compatibile con il regime di storicità – anche qui – e l’ordine sociale del tempo presente.

Del resto, sono gli stessi governi europei a proporre politiche autoritarie e xenofobe, classiste, liberticide, che foraggiano i postfascisti, alimentando nazionalismi e populismi e spianando la strada alle retoriche identitarie essenzialiste delle nuove destre radicali.

Il caso francese, in questo senso è forse il più avanzato e ci offre un dato in più su cui riflettere: il discorso “repubblicano” che i partiti tradizionali oppongono al Front National riveste la Repubblica di un’aura mistica, che rimuove un dato costituente della Repubblica stessa, ovvero il passato coloniale, e che ipocritamente ignora i ghetti etnico-sociali che essa riserva agli immigrati. La laicità che ne deriva, con buona pace di Jean Bodin, esclude i musulmani dalla comunità nazionale: il diritto alla minigonna impugnato dalle destre contro i temibili musulmani che impongono il bourqa alle loro donne non è altro che l’espressione della coesistenza storica di Repubblica e colonialismo. Il Front National è dunque riassorbito nella tradizione repubblicana.

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