ICARUS: SULL’UTILITÀ DEI LIBRI DI STORIA PER LA VITA

RAFFAELE NENCINI

Matteo Cavezzali, Icarus. Ascesa e declino di Raul Gardini, Minimum Fax, 2018, pp. 231, € 16

Tangentopoli irruppe nel nostro orizzonte di presuntuosi maschietti di dieci anni come una catastrofe naturale: d’un tratto gli adulti avevano smesso di parlare della Fiorentina, del partito che cambiava nome o del mostro di Firenze e si erano messi a parlare dei socialisti che rubavano, dei democristiani che rubavano, dei socialdemocratici che rubavano, di Spadolini che era grasso. Noi non capivamo granché, ma succhiavamo come spugne tutte le conversazioni che i nostri genitori avevano con i loro amici durante quelle interminabili cene in cui a noi era negata la parola. Quelli che avevano fratelli maggiori si sentivano in dovere di chiarire che noialtri non avevamo capito nulla, mentre loro sì, “me l’ha spiegato mio fratello come stanno realmente le cose”.

Il clima generale era piuttosto vivace. C’erano quelli che dicevano: “Bisogna buttare le chiavi!”, quelli che chiosavano: “ma che fossero ladri s’era sempre saputo”, quelli che inneggiavano ad Antonio di Pietro. Poi un pomeriggio d’autunno nel giardino della nostra scuola elementare Fede spiegò a me e a suo cugino Iacopo la complessa relazione che correva tra l’assassinio di Giovanni Falcone e l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della repubblica.

Ma, se state leggendo queste righe, è altamente probabile che anche voi abbiate dei ricordi d’infanzia legati a questa storia. E, se anche così non fosse, cambia poco: ne avrete di successivi, legati alla narrazione della faccenda. Come se fosse possibile scindere nettamente le due cose. In ogni caso, sto scrivendo dell’evento più significativo della storia repubblicana, insieme alle elezioni del 1948, all’autunno caldo e al rapimento Moro. Ce lo hanno raccontato in tutte le salse, anche se al giorno d’oggi le varianti fondamentali sono due soltanto: Tangentopoli fu una grande riscossa di orgoglio civico, oppure Tangentopoli fu una sciagura che distrusse il paese.

Purtroppo questo modo di pensare il passato è deleterio e largamente maggioritario. Assomiglia a quella pratica disciplinare ormai quasi ovunque abbandonata che consisteva nel dividere la lavagna in due parti e segnare da una parte il nome degli alunni buoni e dall’altra di quelli cattivi. A meno che non la vediate come Sant’Agostino, le trame della storia sono irriducibili a scontri morali. Una buona indagine storica è quella che muove da un punto di vista situato e problematizza una questione, con gli strumenti che sono necessari a farlo. Deve essere questo il motivo per cui tra i professionisti delle discipline storiche che mi è capitato di conoscere non se ne trova uno che sia soddisfatto di come la società italiana abbia fatto i conti con gli anni Ottanta. Vale a dire: per via giudiziaria.

Sarebbe utile se iniziassimo a pensare alle trasformazioni che questo paese ha vissuto in quel decennio diversamente da come ne parlavamo quando eravamo presuntuosi maschietti di dieci anni: cosa era accaduto nella più antica formazione politica italiana, il glorioso partito socialista, che non era nato per riformare il sistema radiotelevisivo? Quale composizione sociale si era affermata dopo la marcia dei quarantamila? Chi le aveva dato rappresentanza? Come si era usciti dal decennio Settanta? Quali possibilità si erano aperte con la crescita economica degli Ottanta? Quali i costi di quella crescita? Cosa aveva significato l’atlantismo nell’ultimo decennio di mondo bipolare?

Gardini fu uno dei protagonisti di quella stagione e allora una buona biografia di Gardini dovrebbe aiutarci a chiarire questi punti, anziché giocare con i pruriti del lettore. “Si trattò di vero suicidio?” è il quesito che Matteo Cavezzali non cessa di porsi per 231 pagine, come un apprendista Minoli qualsiasi. Per certi versi, è persino comprensibile. Voglio dire, anche io ricordo l’estate del 1993: io e mio cugino David giocavamo nell’aia dell’agriturismo Il gran pino e mia zia Luisa parlava con le sue amiche, diceva di non credere al suicidio, “questa storia fa acqua da tutte le parti”. Forse non possiamo aspettarci che 25 anni siano sufficienti per inquadrare storicamente la vicenda di Gardini nella prospettiva più ampia che le compete. Del resto lo dice persino Cavezzali: Icarus non è un libro di storia.

Ma è un peccato perché un libro di storia è precisamente ciò di cui avremmo bisogno.

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