Il fascismo del fascismo degli antifascisti

RAFFAELE NENCINI

Pier Paolo Pasolini, Il fascismo degli antifascisti, Milano, Garzanti, 2018, pp. 96, € 4,90.

Tra le narrazioni tossiche del tempo in cui viviamo, siamo oramai costretti ad annoverare anche una vasta gamma di tentativi di strumentalizzazione di pensatori comunisti da parte di una destra, locale e globale, la cui capacità di generare senso comune sembra pari solo alla rozzezza di certi moti. Puntualmente, autori come Gramsci, lo stesso Marx, e sempre più spesso Pasolini sono usati a scopi propagandistici per sostenere tesi apertamente contrarie al loro lavoro teorico e politico: con Gramsci ci provano fin dai tempi di Alain de Benoist, mentre chi invitava i lavoratori di tutto il mondo a unirsi solo da poco tempo è diventato il teorico dell’etnicizzato esercito industriale di riserva. Per quanto riguarda Pasolini, in barba a tutto ciò che Pasolini è stato in vita e al modo in cui è morto, il tentativo di appropriazione è allo stesso tempo tanto paradossale eppure tanto preoccupante da aver reso necessarie molte risposte. Una delle più esaustive è quella di Wu Ming 1 per Giap. Si trova qui.

In generale, i tentativi di piegare al proprio immaginario personaggi che hanno legato il loro nome alle lotte degli oppressi sono, oltre che numerosi, strategici nel discorso dei sovranisti.

Persino il nome di Thomas Sankhara è stato citato da Diego Fusaro contro il turboblablabla talassocratico. E infatti non sto dicendo niente di nuovo. Usando la categoria di Jesi, si potrebbe affermare che sia all’opera una «macchina mitologica» talmente potente da assimilare alle sue ‘idee senza parole’ i dispositivi concettuali più distanti. C’è da dire che l’avanzata di questi discorsi verso il centro dello spazio pubblico ha avuto anche le sue ricadute editoriali: come noto, Einaudi e Feltrinelli, gli editori storici della sinistra italiana, già da tempo si sono recati a Canossa da un celeberrimo filosofo youtuber, capace di garantire, al prezzo di alcuni probabili momenti di imbarazzo negli uffici stampa, volumi di vendite altrimenti difficoltosi.

Tuttavia, a me pare che con questa pubblicazione, Garzanti – che poi è l’editore di Petrolio, degli Scritti corsari, e delle Ceneri di Gramsci – si lasci alle spalle la concorrenza involandosi verso le vette dell’infamia: a dispetto della quarta di copertina, gli interventi che compongono il volume, per come sono presentati, non mantengono affatto intatta «la loro forza critica», perché totalmente decontestualizzati. Caso piuttosto singolare, nel volume compaiono due interviste, del 1974: la seconda fu realizzata per L’Europeo, da Massimo Fini, ma le domande non sono riprodotte. Tranne uno, gli altri testi provengono, per l’appunto, dagli Scritti corsari, e anche a leggerli isolati si può cogliere quale fosse la posta in gioco per Pasolini, quale il senso dei suoi ragionamenti, quali rischi egli paventasse. Il fatto è però che, isolando alcuni brani, si può indurre il pubblico a pensare che posta in gioco, senso, e rischi paventati fossero altri, o addirittura opposti. Perché Pasolini era un poeta e, come notava Wu Ming 1, il suo contesto narrativo «è un campo di tensioni, un vasto reticolo di corde tese all’estremo, a collegare vari temi, concetti, momenti». E tuttavia, come lo stesso commentatore notava, nella sua opera vi sono punti fermi non negoziabili. È proprio quello il momento dell’infamia per Garzanti: aver messo in piedi un’operazione ambigua, ammiccante a coloro i quali vorrebbero farci pensare che quei nodi non esistano.

Per carità: se di questo dobbiamo parlare, la risposta è ancora in quella Verifica dei poteri cui ci inchiodava cinquant’anni fa Fortini. E, anzi, è fin troppo chiaro, sotto questi aspetti, come l’elemento più mortifero della faccenda consista nel fatto che chi volesse realmente parlar d’infamia per questo caso di Garzanti come per mille altri (che quotidianamente fingiamo d’ignorare) dimostrerebbe soltanto di non aver capito quanto certe scelte siano prescritte nelle regole del gioco. Purtroppo, invece, non siamo incapaci di fare le moltiplicazioni, e sentiamo dire da troppo tempo quanto sia difficile smerciare libri; a maggior ragione per un marchio di un grande gruppo editoriale, obbligato dalle esigenze di scala a investire su operazioni dal ritorno garantito. O, almeno, questo è quello che vorrebbe farci credere la retorica della piccola editoria indipendente, che, libera dal ricatto distributivo, può coltivare un progetto culturale.

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