IL LAVORO ECOAUTONOMO: VOGLIO SOLO ANDARE AL MARE.

CATERINA ORSENIGO

Lucia Bertell, Lavoro ecoautonomo. Dalla sostenibilità del lavoro alla praticabilità della vita, Eleuthera, 2016, pp. 192, € 15,00.

Come dice una celebre canzone di Massimiliano Loizzi, «io non voglio lavorare, voglio solo andare al mare, voglio solo andare al mare».

Ho letto per Il mondo o niente un libro di Lucia Bertell, uscito in realtà un paio di anni fa per Elèuthera ma ristampato nel 2018, che si intitola Il lavoro ecoautonomo e che parla per l’appunto del lavoro e del rapporto (inaridito ma in trasformazione) che abbiamo con lui.

Lei non la racconta così, ma è come una relazione d’amore, che sta finendo e deve cambiare forma. Un po’ come si riesce a immaginare più facilmente la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo, anche la fine del lavoro – la fine di una vita completamente sottomessa al lavoro – è difficile da concepire.

Ma nelle prime pagine Lucia Bertell mostra, in un breve excursus storico, come il lavoro non sia sempre esistito, quanto meno nei termini in cui lo conosciamo da tre secoli a questa parte. E già il fatto di sapere che c’è stato un prima, anzi diversi prima, aiuta a ridimensionare l’impressione di necessità astorica del lavoro stesso.

Nei capitoli successivi l’autrice riporta diversi casi, che sottolinea essere ormai sempre più numerosi, di persone che sono scivolate fuori, in un modo o nell’altro, da quella forma di lavoro opprimente e tentacolare, a cui siamo ormai abituati a donare la maggior parte delle nostre ore e in cui spesso ci è richiesto di donare anche quasi tutta la nostra anima. C’è chi, da una carriera accademica, di medico, di insegnante, di impiegato, ha voluto un giorno riprendere in mano la propria anima e il proprio tempo e ha scelto uno stile di vita necessariamente più semplice, certamente in parte duro perché poco remunerativo – ma insieme meno schiavo dei soldi – dove prevale però la soddisfazione per la qualità minuziosa e la cura, per il tempo lento del fare bene, con la propria fatica ma per il proprio piacere, con la gratificazione di veder riconosciuto il valore del proprio fare. C’è chi si è messo a coltivare zafferano, chi a riparare biciclette e chi a insegnare in una scuola libertaria.

Al desiderio di svicolare dai tentacoli del lavoro (in realtà vorrei scrivere lavoro salariato ma mi sento troppo vetero, e anche se Raffaele Nencini apprezzerebbe, preferisco tenere questo termine un po’ generico) – dicevo, al desiderio di svicolare dai tentacoli del lavoro si aggiunge, in tutte le esperienze raccontate, la necessità e l’impegno a uscire dai canali di vendita e distribuzione canonici – con i ritmi e gli “standard” che questi imporrebbero – per cercare metodi di scambio più diretti e umani.

Secondo Lucia Bertell, insomma, la transizione è già in corso. Forse ci sarà sempre chi avrà bisogno della stabilità di un lavoro 8 ore al giorno in cui spegnere il cervello, ma le vie d’uscita per chi lì dentro sta soffocando sono sempre di più, si organizzano e si sostengono vicendevolmente (pensiamo ai GAS, gli Alveari, i Woofer, Genuino Clandestino e così via), nel tentativo di vivere, produrre e consumare in maniera diversa – in maniera appunto “eco-autonoma” – sottraendosi alla velocità, all’inaridimento e il più possibile al mercato stesso, dimostrando in sordina alle Thatcher di tutti i tempo che un’alternativa c’è, anzi ce ne sono molte – basta soltanto spostarsi, eludere il discorso dominante (in silenzio, per non correre il rischio di essere risucchiati dal mercato, come già è successo al “bio” da supermercato, pace all’anima sua):

«In un momento storico in cui è necessario sostanziare la propria esistenza attraverso una serie di strategie comunicative utili a ‘brandizzarsi’ e crearsi un’immagine, la risposta ECOautonoma è di abbandonare questo campo di gioco. (…) L’unico modo di esistere è di non esistere», e ciò d’altra parte ti dà «una potenza creativa che questo tipo di sottrazione implica nel momento in cui apre uno spazio liminale, lasciando il posto a una riconfigurazione originale delle identità personali e dei legami sociali».

Nonostante alcune pagine in cui prevale un tono accademico un po’ pedante, intrecciato a volte a poche righe di distanza a quello al contrario sdolcinato di un certo “ecofemminismo”, e nonostante, aggiungerei, i tentativi sporadici poco pertinenti e insieme poco giustificati di legare a questo il discorso femminista, Il lavoro ecoautonomo ha il merito di uno sguardo perlopiù lucido e insieme ottimista su ciò che accade nelle maglie della società in questo schizofrenico momento storico, scovando tracce anarchiche e libertarie in pratiche non sempre consapevolmente politiche.

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