Il potere che frena: katechon, una specie in via d’estinzione?

Federico D’Onofrio

Massimo Cacciari, Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Adelphi, 2013, pp. 211, €13,00


Fra i tanti oggil potere che frena010etti teorici lanciati dal giurista tedesco Carl Schmitt uno dei più popolari è anche uno dei meno comprensibili e più misteriosi: il katechon. Possiamo immaginare che il suono apocalittico e messianico di questa misteriosa paroletta greca non sia estraneo alla popolarità del katechon. Schmitt riesuma questa strana bestia nella Teologia Politica (trad. it. in Le categorie del Politico, il Mulino 1972), prendendola da un passo di San Paolo. Ma in questo passo, il significato della parola non è poi tanto chiaro. Chissà quindi che il famoso katechon non sia in realtà un errore di copista o una di quelle parole greche – tanto abbondanti nel Rocci dei ginnasiali – che possono voler dire un po’ di tutto e di più secondo la fantasia ormonalmente sovreccitata degli scolari adolescenti. Eppure Schmitt è stato preso assai sul serio. Massimo Cacciari nel suo saggio Il potere che frena: Saggio di teologia politica (Adelphi, 2013) ripercorre la storia del katechon, “qualcosa o qualcuno che contiene-trattiene-frena (to katechon ho katechon) il definitivo trionfo dello Spirito dell’empietà”.

Una serie di capitoli introduttivi precede, in questo volume, una raccolta di interessantissimi testi patristici. Il tema che continuamente riemerge nella discussione dei capitoli introduttivi è quello del rapporto fra katechon e una qualche potenza mondana. L’identificazione tradizionale fra il potere che trattiene e l’impero romano, però, lascia aperta la questione del rapporto fra l’impero e la città di dio, fra la corruzione del potere mondano e la venuta dell’apocalisse. Non è forse necessario identificare proprio nell’impero una forza che affretta la venuta dell’apocalisse mentre cerca di ostacolare il procedere della distruzione? Del resto, gli imperi hanno bisogno di evi chiusi in sé stessi poiché necessariamente si propongono come guardiani della stabilità, come superamento e annullamento delle minacciose dinamiche storiche e quindi sono incompatibili con l’idea di una trascendenza che implichi la fine di ogni potere mondano. L’impero rappresenta quindi, allo stesso tempo, la forza del mondo materiale e il fine dell’impero risulta un governo placido, puramente economico, come temuto dai filosofi russi di fine Ottocento Florenskij e Solov’ëv. È allora necessario forse contrapporre all’impero un’altra istituzione mondana che ne contesti la perennità e apra alla trascendenza, ad esempio la Chiesa? Il penultimo capitolo dell’introduzione esplora i rischi di quest’altra possibilità, raccontando la leggenda dostoevskiana del Grande Inquisitore – un tema ricorrente già in Schmitt, per altro – in cui il katechon perviene a perennizzarsi e gli uomini finiscono per vivere come api, in un alveare ben ordinato, senza consapevolezza.

Nel rivendicare la centralità della “relazione fra teologia e politica nella cristianità occidentale” per il dibattito contemporaneo, Cacciari si pone, però, un problema di attualità. In fondo, è chiaro che le categorie prodotte dalla secolarizzazione di concetti teologici, come il katechon, cessino di essere interessanti se le si vede solo come uno scadimento metaforico. Perché abbiano un vero valore, bisogna che la “teologia politica” colga “l’orientamento o destinazione politica immanente alla vita religiosa, che è alla base stessa dell’elaborazione teorica”. Ma se la vita religiosa diventa qualcosa di estrinseco alla nostra visione della politica, a cosa servono questi concetti?

Stiamo forse aspettando il pronto arrivo dell’Anticristo, crediamo forse alla fine del mondo, altro che come catastrofe nucleare chimico batteriologica, estinzione della vita umana sulla terra, esplosione del nostro sistema eliocentrico? Resta la potenzialità retorica del katechon come metafora usata per designare la forza della stabilità contro tutte le piccole apocalissi a scala umana che possono presentarsi. Ma un processo di secolarizzazione che passi attraverso l’uso metaforico non è affatto quello che ha in mente Cacciari. Una volta secolarizzato – o meglio volgarizzato – il significato di questa parola, deconstestualizzandola dalla sua etimologia storica,  qualsiasi forza che abbia un ruolo fondante può essere chiamata katechon: gli Stati Uniti, l’Unione Europea… Gli Stati Uniti prima di Trump non erano forse il pilastro del kosmos occidentale? L’euro non è forse una moneta katechon rispetto alla catastrofe economica e politica che minaccerebbe i paesi europei in caso di scioglimento dell’unione monetaria? Il default, la crisi degli approvvigionamenti, la fame, la pestilenza, la guerra, le piaghe che appesterebbero l’Europa definitivamente disunita non sarebbero una specie di apocalisse di formato umano? Ma è evidente a tutti come questi paragoni siano a tal punto esagerati da risultare ridicoli.

In effetti, il riferimento teologico del katechon ritrova il suo senso solo al di fuori degli orizzonti politici cui siamo più avvezzi. Il lumen naturale evidentemente non basta per parlare delle cose ultime, mentre il nazionalismo delirante è particolarmente incline a lanciarsi in formidabili mitopoiesi escatologiche. E le distinzioni operate da Cacciari risultano illuminanti per analizzare il pensiero neofascista. Infatti, per ritrovare un uso coerente del termine katechon, bisogna andare fino in Russia e ascoltare le pericolose farneticazioni del profeta della nuova destra postmoderna, Aleksandr Dugin. Dugin è a tal punto entusiasta dell’idea di trattenere qualcosa da aver chiamato katehon.ru il sito di informazione da lui fondato e da cui poi è stato recentemente espulso. Ma cosa sta trattenendo Dugin?

Prima di approdare su twitter, Dugin è stato compagno di merende di quell’altro grottesco buffone che Emanuel Carrère ha immortalato in Limonov (trad. it. Adelphi 2012), cioè Eduard Limònov. All’epoca, i due si opponevano al capitalismo trionfante ed invasivo del mondo a trazione americano in nome di un’utopica peculiarità russa, allo stesso tempo socialmente rivoluzionaria, ma anche radicata nel passato nazionale. Fondarono quindi il Partito Nazional-Bolscevico. Contro la minaccia dell’impero universale, una sorta di Anti-Cristo universalista che vorrebbe fondere tutto, democratizzare, decolonizzare, liberare e il cui valore fondamentale è l’eguaglianza, Dugin e Limònov rivendicavano la peculiarità russa come ostacolo all’avvento del mondo puramente materialista. L’impero buono dell’Eurasia contro l’impero cattivo insediato sul Potomac.

Nel suo libro più famoso, La quarta teoria politica, Dugin riprende le idee sviluppate negli anni Novanta, però in chiave più astrattamente filosofica. Questo libro non può davvero essere raccomandato al lettore: è farraginoso, ripetitivo, confuso. Eppure è molto utile per capire come la galassia dell’estrema destra muti e cerchi di reinventarsi in un ambiente intellettuale dominato dal post-modernismo e da un approccio critico alla verità, al progresso, e ai Lumi. In quella distruzione generale dei valori che, secondo Dugin, è costituita dal post-modernismo, il mondo ha perduto i suoi punti di riferimento ed è quindi pronto per un ritorno – apparentemente paradossale – alla Tradizione (la T maiuscola serve evidentemente a identificare, fra tante possibili tradizioni, la triade: ortodossia, autocrazia, popolo). È questa tradizione che offre un’ancora nel tempestoso e contraddittorio mondo postmoderno, è la tradizione a costituire la “forza che trattiene” nel mondo contemporaneo.

Questa reinvenzione in chiave post-post-moderno ha avuto un relativo successo. In effetti intorno al katechon di Dugin si è sviluppata negli anni tutta una galassia che si definisce quarta forza, né di destra né di sinistra, cui appartiene in modo evidente anche il famoso youtuber Diego Fusaro quando si lancia nei suoi pericolosi e strampalati elogi di Fichte. E il libro di Cacciari, che avremmo sperato fosse stato reso sostanzialmente inutile dalla secolarizzazione, si rivela invece utilissimo per investigare questo pensiero, che ha sempre tentato di nascondere nella tenebra e nell’apocalisse la propria, tremenda, ridicola pochezza.

 

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