IMPARARE DALLA LUNA: AMBIENTALISMO SPAZIALE

FERRUCCIO MAZZANTI

Stefano Catucci, Imparare dalla luna, Quodlibet, 2013, pp. 216, € 19,00

A breve festeggeremo il cinquantesimo anniversario dallo sbarco sulla Luna: potrebbe essere una buona occasione per leggere questo splendido saggio di filosofia estetica costruito per osservare con un occhio un po’ più raffinato il significato di quella impresa, avvenuta nel lontano 1969, e della sua ambigua eredità.

Il libro si divide in quattro capitoli, ognuno trattato attraverso un’impalcatura storica, ed è capace di analizzare alcuni spunti collaterali per affrontare il sempre più pressante problema di cosa significhi osservare il pianeta Terra da un punto dislocato, fuori asse, rispetto al panorama entro cui siamo immersi e da cui non possiamo sfuggire, ovvero la Terra.

Innanzi tutto si affronta, senza girarci troppo intorno, la drammatica esperienza della depoeticizzazione della Luna, avvenuta nel momento in cui la circumnavigazione del satellite ha dimostrato non solo la radicale mancanza di vita e la sua dimensione desertica, ma anche la completa mancanza di misteri legati al lato oscuro della Luna: una superficie del tutto deludente. Proprio da questa delusione nascerebbe la volontà dell’uomo di tornare a osservare la nostra propria casa, con degli scatti fotografici capaci di sovvertire il rapporto consueto del nostro immaginario tra Terra e Luna. La scoperta che dal punto di vista lunare la Terra sorga, abbia delle fasi e tramonti, per quanto sia un’ovvia considerazione, suscitò un forte scalpore nell’immaginario umano dell’epoca, capovolgendo il rapporto di forza sussistente tra piane madre e satellite. A suo modo questo permise la nascita di un nuovo sentimento riguardante il nostro pianeta, da intendersi come una vera e propria casa di cui prendersi cura. Forse uno degli aspetti più notevoli che Catucci affronta in questo interessantissimo saggio, lasciandolo sempre sospeso tra le righe, è un ambientalismo intelligente, per quanto astratto, capace di mostrare in tutta la sua intensità quanto fragile sia l’ecosistema in cui viviamo e quanto poco interessati alla sua tutela ci siamo dimostrati. Lo fa senza mai nominare elementi riguardanti il nostro pianeta, ma delineando la parabola dell’interesse riguardante la Luna, trasformatasi da culmine massimo delle aspirazioni umane a forse possibile, ma comunque trascurabile miniera estrattiva e base di partenza per future missioni interplanetarie. Un po’ quasi come se volesse prima di tutto mostrarci il funzionamento dell’essere umano, sempre così attento al proprio interesse da non rendersi neppure conto che le sue azioni possono contaminare, se non addirittura distruggere l’integrità dei sistemi esterni al nostro pianeta. Sembrerebbe trattarsi di un ambientalismo spaziale, se così non si trasformasse il libro in una provocazione, e non si tratta affatto di provocazione, ma di spiegare come la distruzione che l’umanità comporta (e ha sempre comportato con una significativa differenza di gradi) sia inestricabilmente legata alla specifica forma del nostro desiderio, così industrioso e così disattento.

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