INCHIESTA SULLE PRIGIONI: ROMPIAMO LE BARRIERE DEL SILENZIO

MICHEL FOUCAULT

Questa intervista a Michel Foucault fu pubblicata su Politique-Hebdo, n°24, del 18 marzo 1971, ed è comparsa in italiano nel volume Michel Foucault, L’emergenza delle prigioni. Interventi su carcere, diritto, controllo, Firenze, La Casa Usher, 2011. Si ringrazia l’editore per la gentile concessione del testo.

Si è già scritto molto sulle prigioni in generale e sulle condizioni di vita dei prigionieri. Ci sono anche alcuni film, e un gran numero di persone crede di sapere quello che accade dietro le sbarre… Ciò può rendere il vostro lavoro difficile?

– No. È necessario comprendere chi siamo. Noi non giochiamo a fare la commissione d’inchiesta, non è questo il nostro ruolo. Un gruppo d’informazione che cerca, provoca, raggruppa e suddivide le informazioni, che individua gli obiettivi per una azione possibile: ecco ciò che vogliamo essere.

L’idea è recente. Lei si ricorderà del secondo sciopero della fame dei prigionieri politici, a febbraio. Allora si sentiva spesso dire: «Ecco i soliti giovani di sinistra, questi borghesi, che vogliono essere trattati con riguardo, che reclamano il regime speciale!». E in effetti, in generale, quella posizione non ha trovato molto ascolto, né tra l’opinione pubblica – la stampa ha impiegato un bel po’ di tempo a reagire, ma alla fine… – né soprattutto tra i familiari dei detenuti comuni. Lo constatiamo ancora oggi.

Quando i detenuti politici, che rivendicavano il regime speciale, hanno detto: «Bisogna mettere in questione il regime penitenziario nel suo insieme, il funzionamento della prigione, etc.», l’eco di questa cosa è stata molto forte, tra i detenuti comuni e persino sulla stampa. Improvvisamente si è compreso che il regime delle prigioni era intollerabile.

E al vostro livello, quale è stata l’eco?

Per la prima riunione, abbiamo telefonato a un magistrato, ma ne sono venuti parecchi. Abbiamo telefonato al cappellano di un carcere, ne sono venuti molti altri. Abbiamo telefonato a uno psicologo: stessa cosa. Un vero e proprio fuoco di sbarramento. A dire il vero, siamo stati sorpresi. Piuttosto sorpresi, anzi.

Poi, bisognava farsi conoscere. Alcuni giornali, tra cui Politique-Hebdo, hanno iniziato a parlare di noi e abbiamo cominciato a ricevere le prime lettere. Lettere di medici, di detenuti, dei loro parenti; lettere di avvocati, di visitatori delle prigioni.. La gente si metteva a nostra disposizione, ci domandava cosa fare, inviava un po’ di soldi.

Oggi, al termine di cinque settimane di lavoro, non riceviamo più solo missive individuali: ormai ci scrivono organizzazioni studentesche, gruppi liceali, comitati di soccorso rosso..

Accade tutto molto velocemente: è stupefacente anche per chi, come noi, ha sempre creduto nella necessità di quest’inchiesta. Come vede, non siamo più noi a condurla, ma già alcune centinaia di persone… Mancava uno stimolo. Ormai noi siamo un punto d’incontro per i gruppi che si costituiscono a Parigi e in tutta la Francia.

Conclusa l’inchiesta, cosa avete intenzione di fare? Pubblicherete un libro di testimonianze?

Forse, ma non è questa la questione. Noi non abbiamo la pretesa di far prender coscienza ai detenuti e alle loro famiglie delle condizioni cui sono sottoposti. Da molto tempo possiedono questa coscienza, ma mancano dei mezzi per esprimerla. La conoscenza, le reazioni, le indignazioni, le riflessioni sulla situazione penitenziaria, tutto questo esiste a livello individuale, ma ancora non si mostra. Ora è necessario che l’informazione circoli, di bocca in bocca, di gruppo in gruppo. Il metodo può sorprendere ma è ancora il migliore. L’informazione deve rimbalzare, bisogna trasformare l’esperienza individuale in sapere collettivo. Cioè in sapere politico.

Un esempio: tutti i sabati andiamo alle porte della Santé, dove i familiari dei detenuti fanno la coda nell’attesa dell’ora delle visite. Gli distribuiamo il nostro questionario. La prima settimana l’accoglienza è molto fredda. La seconda, la gente ancora diffida. La terza una donna ci dice: «Qui non si parla d’altro. Era da un bel pezzo che questa cosa andava fatta» e, bruscamente, ci racconta tutto: esplode di collera, parla dele visite, del denaro che passa al detenuto cui è legata, dei ricchi che non sono in prigione, della sporcizia. E tutti si rendono ben conto della presenza di poliziotti in borghese che drizzano le loro lunghe orecchie…

Il quarto sabato è ancor più straordinario. In coda, ancor prima del nostro arrivo, le persone discutono del nostro questionario, dello scandalo delle prigioni… Quel giorno, anziché farli attendere per strada fino alle 13.30, come da abitudine, hanno aperto le porte della Santé tre quarti d’ora prima..

Come utilizzerete le risposte ai vostri questionari?

In un volantino che distribuiremo alle porte della Santé ai familiari dei detenuti. Lo invieremo anche ai nostri corrispondenti di provincia che ci domandano informazioni, dicendo loro: <fate la stessa cosa e raccogliete anche voi delle informazioni>.

Vogliamo che non ci sia troppa differenza tra intervistati e intervistatori. L’ideale per noi sarebbe che le famiglie comunicassero con i prigionieri, che i prigionieri comunicassero tra di loro e con l’opinione pubblica, che fossero loro a definire le proprie rivendicazioni, e con esse le azioni da compiere. Come dire: infrangere le barriere del ghetto.

– Naturalmente per voi non c’è alcuna differenza tra detenuti politici e detenuti comuni.

Certo, nessuna differenza. Se all’origine di tutto ci sono stati i detenuti politici, è perché l’autorità – il governo e il suo ministro della Giustizia – ha commesso, dal suo punto di vista un errore riunendo le due categorie di prigionieri. I politici hanno dei mezzi che mancano ai detenuti comuni: dei mezzi per esprimersi, delle conoscenze, delle relazioni sociali, dei contatti all’esterno che permettono di far sapere ciò che dicono e quello che fanno. Ma soprattutto, hanno il supporto politico che amplifica la loro azione. Poche decine di detenuti comuni non avrebbero potuto, come i politici, reagire insieme, scrivere e far conoscere le loro rivendicazioni all’esterno.

Ritiene che con la vostra azione, il loro isolamento sia destinato a diminuire?

– É ciò che vogliamo. Per molti aspetti, l’istituzione prigione è come un iceberg. La parte visibile funziona come giustificazione: «ci vogliono delle prigioni perché ci sono dei criminali». La parte nascosta è però la più importante, la più temibile: la prigione è uno strumento di repressione sociale.

I grandi delinquenti, i grandi criminali non rappresentano che il 5% dell’insieme dei detenuti. Il resto è costituito dalla media e piccola delinquenza, essenzialmente persone appartenenti alle classi più povere. Ecco delle cifre che fanno riflettere: il 40% dei detenuti è in attesa di giudizio e circa il 16 % è costituito da immigrati.

La maggior parte delle persone ignora queste cose, poiché si continua a giustificare l’esistenza delle prigioni con l’esistenza dei grandi criminali.

– Questo per quanto concerne gli aspetti più teorici, ma nella vita quotidiana come reagiscono i prigionieri? E le loro famiglie?

– Il questionario non s’interessa ad altro che alle condizioni di vita. I detenuti parlano del loro lavoro, delle visite, dell’affollamento delle celle, dei libri che gli vengono rifiutati, della fame o anche del freddo. Quest’inverno, a Nantes, i letti al mattino erano tutti coperti di brina. A Draguignan, la temperatura in alcune celle era sempre al di sotto dello zero. A Clairvaux, cinquantotto celle speciali, chiamate gabbie da polli (perché da ogni lato chiuse da sbarre) non sono mai state riscaldate. A Loos, durante l’inverno del 1969, il riscaldamento è stato in panne tutto un mese. In aggiunta a ciò, avvenivano le più ignobili angherie; per esempio si vietava ai detenuti di sdraiarsi sotto le coperte durante la giornata. Il direttore diceva: «vi volete riscaldare? Potete correre nelle celle!», oppure: «dovevate evitare di finire in questo posto!».

Tuttavia molti detenuti affermano: «in prigione le condizoni materiali non sono la cosa peggiore». Abbiamo così scoperto tutta una serie di repressioni vissute perfino peggio dell’affollamento, della noia o della fame. Forse la più importante è la completa assenza di ogni diritto reale. La giustizia spedisce un uomo in carcere e quest’uomo non può difendere i propri diritti di fronte a essa. È totalmente disarmato. Tutto, dalla durata della detenzione preventiva alle condizioni di vita, dipende dalla giustizia. E, quando scrive al procuratore per lamentarsi, la sua lettera può essere intercettata o in parte riscritta dalla censura. Talvolta, addirittura, verrà mandeto in isolamento perché cessi di lamentarsi. I giudici sanno bene che l’amministrazione penitenziaria fa da schermo tra loro e i detenuti e, in effetti, questa è una delle funzioni della prigione che i giudici più apprezzano.

Un altro esempio di diritto rifiutato: un prigioniero s’è iscritto ai corsi per corrispondenza della facoltà di lettere. Scrive al direttore della prigione: «Da qualche tempo, quando i miei compiti mi tornano indietro corretti, ho il gran dispiacere di vedere, nel bel mezzo delle annotazioni del professore, il timbro della censura. Credo di sapere che qui non si tratta di sue istruzioni, perché questa misura non è affatto diffusa. È evidente che l’apposizione di questo timbro rovina il mio lavoro e mi priva della documentazione che questi compiti corretti rappresentano per me e che non posso conservare tali tracce nei documenti a cui tengo». A margine c’è scritto: «la censura fa il suo lavoro».

Ecco un’altra lettera di un prigioniero, che scrive al direttore: «Le sarei estremamente grato se mi volesse autorizzare a richiedere da fuori del carcere i testi per i corsi di matematica e di meccanica». L’annotazione in fondo dice: «O l’uno o l’altro».

Un altro esempio frequente: un condannato a tre anni di prigione spesso ha il diritto – dipende dal tipo di delitto – di domandare il rilascio in libertà condizionale dopo diciotto mesi di detenzione. Ora, tutto dipende dal numero di punizioni e dal parere del giudice responsabile dell’applicazione delle pene. Le punizioni sono distribuite dal pretorio – cioè da un comitato che comprende il direttore, i sottodirettori e un sorvegliante capo. Una guardia si lamenta e scatta subito la punizione. Bastano poche punizioni arbitrarie per vedersi rifiutare la libertà condizionale.

Un detenuto ci ha scritto: «il prigioniero è l’oggetto di un’agressione sociale continua». Non trattandosi di un detenuto politico, qualcuno potrebbe stupirsi del tono – ma sarebbe un errore, perché questa osservazione è terribilmente vera.

Quali sono gli aspetti più intollerabili della prigione?

– Molte cose. La repressione sessuale, per esempio. Generalmente i prigionieri evitano di parlarne, ma alcuni lo fanno. Dice uno di loro: «in parlatoio, il secondino controlla che la mia donna non si spogli». Sembra che si tratti di un fenomeno comune: alcuni prigoinieri si masturbano in parlatoio dopo aver chiesto alle loro donne di mostrare un seno e questa situazione – con la minaccia incombente dell’intervento del guardiano – è sempre mal sopportata.

Altrettanto dificile da sostenere è la mancanza di denaro. Diverse famiglie ci raccontano che passano ai loro detenuti dai 100 ai 150 franchi al mese ma non tutte hanno i mezzi necessari.

Nel migliore dei casi, il detenuto lavora. Praticamente in cambio di niente. Abbiamo fatto un calcolo: quando un prigioniero ha lavorato otto ore al giorno, ventidue giorni al mese, gli restano in media dai 15 ai 20 franchi. I «salari» più alti – se si può parlare di «salari» nelle prigioni – li abbiamo trovati alla Petite Roquette: 40 franchi al mese per realizzare le confezioni delle calze Dior. Quando si scopre che un detenuto si deve pagare le spese di affrancamento, che alla mensa una scaloppina costa 6 franchi, che la semplice iscrizione a un corso per corrispondenza costa dai 35 ai 50 franchi all’anno, senza contare i libri che bisogna acquistare, si vede bene cosa significhi tutto ciò.

Le imprese hanno interesse a dare lavoro ai prigionieri, ma comunque lo Stato si prende una gran parte delle retribuzioni.

Esattamente. Cinque decimi del salario di un detenuto sono trattenuti per le spese d’alloggio, due decimi per le spese giudiziarie e un altro decimo è per la liquidazione, che gli verrà consegnata allo scadere della pena. Al prigioniero non rimangono che le briciole: due decimi del suo salario.

Faccia il bilancio. Il condannato a sei mesi o a due anni di prigione non ha – per così dire – più alcun diritto. Come cittadino, è nudo davanti alla giustizia; come prigioniero, non può difendere ciò che gli resta dei suoi diritti; come lavoratore, è supersfruttato; ha raramente la possibilità di studiare; maschio o femmina, non dispone d’alcun diritto relativamente alla propria sessualità.

Si aggiungano la minaccia permanente dell’isolamento e le manganellate dei secondini ed ecco cos’è al giorno d’oggi la prigione. Poi, talvolta, si verificano dei casi ancora più gravi, come questo: in una casa di reclusione centrale, nel 1970, sei detenuti hanno tentato di evadere attraverso i depositi dell’acqua. Non appena è scattato l’allarme, la direzione ha fatto aprire le valvole, col serio rischio di annegarli! Fortunatamente sono riusciti a uscire da lì, ma le guardie li hanno massacrati di botte nel cortile della prigione. L’amministrazione penitenziaria, pur sapendolo, non ha preso alcuna sanzione. Un magistrato ci ha detto: «Se avessimo fatto un’ inchiesta, la faccenda sarebbe ricaduta sulle guardie, ma pure loro sono delle vittime».

Anche questo è un problema: il 73% dei congedi a lungo termine per malattia ottenuti dalle guardie carcerarie sono a causa di malattie mentali (dichiarazione di M. Petit, nel 1969, davanti al Consiglio superiore dell’aminstrazione penitenziaria e al guardasigilli).

I prigionieri appartengono, per l’essenziale, alle classi più povere. Non è questa in fin dei conti la cosa più importante?

– Forse. Se volgiamo lo sguardo alla storia politica recente, una cosa ci colpisce: quasi nessuno parla più della manifestazione degli Algerini del 17 ottobre 1961. Quel giorno e quelli seguenti, la polizia ne ha uccisi per strada e gettati nella Senna più di duecento per farli annegare. Per contro, si parla spesso dei nove morti di Charonne, dove l’8 febbraio 1962 si è conclusa una manifestazione contro l’A.O.S.

A nostro avviso, ciò significa che c’è sempre un gruppo umano, dai confini variabili, alla mercé degli altri. Nel XIX secolo a questo gruppo si dava il nome di «classi pericolose». Oggi è ancora la stessa cosa.

C’è la popolazione delle bidonvilles, quella delle banlieues sovraffollate, ci sono gli immigrati e tutti gli altri marginali, giovani e adulti. Non c’è dunque niente di eccezionale se davanti alle corti di giustizia o dietro le sbarre si incontrano soprattutto queste persone.

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