La strage di stato: quella sera a Milano era caldo.

Raffaele Nencini

 

La strage di stato. Controinchiesta, Samonà e Savelli, 1970, pp. 160

Scrivere de La strage di stato a quasi cinquant’anni dalla sua prima edizione, e in questa stagione politica, rischia di essere un’operazione molto difficile: i pochi che conoscono il libro, che sanno cos’è, i pochissimi miei coetanei che l’hanno letto, troveranno forse superfluo sciropparsi l’ennesima, tardiva, recensione; e viceversa è legittimo domandarsi come restituire a chi non ne sappia nulla il senso di un’inchiesta collettiva che riuscì a svuotare di credibilità la caccia alle streghe già partita dopo la bomba di Piazza Fontana.

È indubbiamente un libro molto datato, un documento di un altro secolo, difficile da leggere perché schiacciato su un’attualità che non è la nostra: è un libro affollato di livelli politici, di piste da seguire, di retoriche da smontare. Ci sono i colonnelli greci, gli apparati di intelligence statunitensi, c’è Pino Rauti, c’è Valle Giulia, ci sono i circoli anarchici romani e milanesi, ci sono Maletti e Labruna, oscuri funzionari dello stato dediti a inquinare le tracce, e poi ci sono i nomi di quei personaggi la cui memoria è giunta fino alla nostra generazione distratta: Valpreda, Pinelli, Calabresi. È un libro difficile da leggere anche perché ogni edizione è diversa dalle precedenti, dovendo aggiornare lo stato dell’arte sull’inchiesta militante, sui depistaggi, sulle indagini e i processi della magistratura. È quindi possibile vedere le varie stratificazioni del testo tra le diverse edizioni, l’ultima delle quali, se non mi sono perso dei pezzi, risale al 2006, per i tipi dalla romana Odradek. Occorre richiamare l’attenzione su queste ultime uscite, successive all’archiviazione delle indagini per opera del pm Gerardo D’Ambrosio, perché esse indicano con chiarezza tutta l’ipocrisia e l’impunità dell’apparato statale, laddove in seguito a quell’archiviazione la verità ufficiale della pretura milanese è, riguardo alla morte di Pinelli, il malore attivo. Per questi signori siamo insomma ancora alla Morte accidentale di un anarchico o ai versi della canzone di quegli anni: quella sera a Milano era caldo, ma che caldo che caldo faceva/ brigadiere apra un po’ la finestra/ ad un tratto Pinelli cascò.

È in effetti difficile pensare che lo stato possa fare altro che preservarsi: questo stato, le cui vicende di continuità amministrativa col precedente regime sono note, come ogni stato, poiché la sua autodifesa è coessenziale al monopolio della violenza che esso esercita, ed è per questo che risultano molto fragili le speranze nei confronti della terzietà della magistratura, del suo operare sopra le parti, come un preteso soggetto apolitico, a maggior ragione quando dovrebbe indagare l’azione degli apparati statali. Questo libro è un esempio difficile da seguire nell’attuale contesto storico, ma è un esempio fulgido, per chiunque si reputi antifascista e non abbia fiducia nella praticabilità di certe strade: sotto il profilo metodologico, poiché è una decostruzione puntuale delle narrazioni del potere, che non sarebbe potuta avvenire se non collettivamente; sotto il profilo politico, perché per tanto tempo ha avuto la forza di imporre la propria verità a livello di coscienza comune, cioè a dire di determinare la configurazione delle forze nella lotta politica, senza l’illusione di  beneficiare di scorciatoie legali. Rincorrendo un certo gusto citazionista, si potrebbe dire che siamo davanti a un caso in cui le armi della critica si sono fatte forza materiale.

Io ancora oggi sarei a tratti tentato di stupirmi di come la prospettiva di quasi ogni forza politica, anche nella galassia antifascista, sia lontana anni luce da questo testo, e invero da tanti altri testi di allora; ma non è impossibile leggere la linea di condotta di quei compagni che nell’attuale configurazione della lotta decidono di attestarsi su battaglie resistenziali e parlano di fascismo come reato, con ciò implicitamente difendendo la prospettiva del Leviatano che ha il controllo della violenza pubblica. E che tuttavia in larga parte sono gli stessi compagni che nelle strade negano agibilità politica alla destra. O almeno, voglio coltivare questa illusione. 

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One Comment

  1. 10/03/2018
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    Raffaele Nencini, thanks so much for the post.Really thank you! Keep writing.

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