L’ARCHIVIO DEL MONDO. QUANDO NAPOLEONE CONFISCÒ LA STORIA

RAFFAELE NENCINI

Maria Pia Donato, L’archivio del mondo. Quando Napoleone confiscò la storia, Laterza, 2019, pp. 176, €19,00

Decidendo di scrivere questa recensione, ho dovuto superare alcune perplessità, che potremmo pomposamente definire di “linea editoriale”. Mi chiedevo, e in parte ancora mi chiedo, quale sia l’interesse del nostro pubblico per un’opera così particolare. E tuttavia il punto di forza del libro risiede proprio nella sua particolarità, un’apparente eccentricità che si fa apprezzare quanto più sembra discostarsi dai grandi temi a cui siamo abituati. Sia perché la vicenda narrata si rivela estremamente avvincente, sia perché in essa si evidenzia direi perfettamente una questione strategica, spesso celata, del fare storia: ovvero la determinazione contrattuale degli archivi.

Ma andiamo con ordine. 

Con questo breve saggio, Maria Pia Donato ricostruisce la trama imperiale di un aspetto della politica culturale dell’epopea napoleonica: il sogno di avere a Parigi il grande archivio d’Europa, un immenso deposito delle fonti per la storia politica del continente – o, quanto meno, delle regioni assoggettate al dominio francese. Si avranno forse più facilmente presenti altri episodi di spoliazione: la spedizione in Egitto, con i suoi archeologi e paleografi, i cavalli bronzei del Duomo di San Marco, la Venere de’ Medici, Le nozze di Cana di Veronese e le centinaia di altre statue e dipinti che a ogni vittoria e a ogni trattato dall’Italia affluiscono al Louvre. Tesori dell’arte che dalla periferia dell’impero giungono nella metropoli a maggior gloria dei vincitori. Ma se le guerre napoleoniche ridisegnano il volto del continente, affermando un nuovo ordine e legittimando con la forza militare la politica di potenza della Francia uscita dalla Rivoluzione, appare subito evidente come tale costruzione non possa farsi bastare le spoglie artistiche dell’antico regime: necessita di una fonte simbolica a cui abbeverare le sue ambizioni. I Grandi Archivi di Parigi, da allora ospitati all’Hôtel de Soubise nel Marais, sono centrali in questo progetto, poiché consentono di riunire le più ricche testimonianze scritte del passato. Napoleone diviene il custode della storia d’Europa. Impossessandosi degli archivi del Sacro Romano Impero, Napoleone rivendica l’eredità di Carlomagno e, allo stesso tempo, controlla quasi interamente la mole documentaria della nobiltà tedesca e italiana, detenendo gli archivi vaticani egli si colloca in una posizione ottimale per «finirla con gli affari di Roma»: da allora in poi, gli affari di Roma sono conservati a Parigi, dalla burocrazia imperiale. E infatti vi è un ampio dispendio di energie, economiche, intellettuali, organizzative, messe in campo dall’amministrazione, per censire, selezionare, distruggere, muovere, inventariare l’enorme quantità di documenti che si ammassano al centro dell’impero. Allo stesso tempo, e probabilmente uno dei grandi meriti del lavoro di Maria Pia Donato consiste nel far emergere con chiarezza questo nodo, vi è un gran dispendio di energie anche nel resistere a questi sforzi: le burocrazie degli stati menomati dall’avanzata napoleonica, i funzionari periferici, le élites locali, gli eredi delle antiche istituzioni cittadine, tutti questi soggetti cercano di ostacolare, ritardare, ridurre, le spedizioni.

Ciò che ne deriva è una lucida visione dell’archivio, la cui matrice è apertamente conflittuale. Se infatti attraverso il controllo sui propri documenti amministrativi, politici e diplomatici, lo stato napoleonico cerca di proiettarsi nel futuro per diventare l’unica fonte della propria storia, questo libro ci ricorda come quelle fonti, ben lungi dall’essere il puro riflesso dell’istituzione, siano il risultato di ben più ampie transazioni sociali.

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