L’arte performativa di Anarcolepsy aka Nencini dorme

FERRUCCIO MAZZANTI

Grazie al sonno l’io-artista può essere chi vuole o è piuttosto l’impenetrabile costellazione dell’io-dormiente, il corpo con cui siamo nati e lo sguardo degli altri sono ciò che permette di determinare chi sono e chi posso essere nel sonno. Soprattutto quali sono i ruoli a disposizione, e quali luoghi rappresentano quei sonni, che cosa permettono i rispettivi codici di comportamento nell’intreccio di aspettative, dovere, caparbietà, narcisismo e molto altro una volta varcata la soglia del dormiveglia, una soglia che va in entrambe le direzioni, verso il giorno ma anche verso la notte.
Nencini dorme una volta ha affermato: “Ogni opera è autobiografica”. La sua non era una dichiarazione sul proprio lavoro – egli non dice infatti ogni mia opera è autobiografica, perché la sua enunciazione è in realtà il riconoscimento che un’opera artistica è il lavoro in cui la vita dell’artista – la sua contigenza biografica, storica e di sentire – diviene oggetto di un’operazione di messa in forma che la offre in condivisione a tutti. L’opera di Nencini dorme è allora tutta intera un autoritratto, mai però come mera rappresentazione di sembianze identitarie, bensì come mosaico di luoghi dove dormire, è una manifestazione delle tracce dei propri sogni, dei frammenti che, reagendo tra loro come in un composto chimico esplosivo, fanno piuttosto apparire un sé addormentato sotto forma di resistenza culturale e di energia, sotto forma di danza immobile e di tremore roncologico.
Sin dai suoi primi lavori in cui dorme, il corpo, il nome o il russare di Nencini dorme non sono una cosa da rappresentare, bensì da esercitare nell’incontro imprevedibile con un’alterità. Ancora studente universitario, realizza il suo primo sonno performativo: la fotografia “Caduta degli dei” del 2001 lo ritrae su un divano, ma senza riprenderlo direttamente, bensì tramite il riflesso di uno specchio, dentro allo specchio, così da rinviare l’immagine del suo poter dormire in una mera potenzialità psichica. Il giorno in cui ottiene la laurea, l’artista scribacchia con una penna nera su un foglio volante (taluni dicono su uno scontrino della spesa) l’annuncio di una nuova performance perdurativa e romantica, che diventerà il capolavoro di “Dolce la Luna che troneggia”. Assistiamo finalmente al sorgere di un’identità ibrida che non rinvia ad alcuna stereotipia o connotazione culturale precedentemente manifestatasi nel panorama artistico contemporaneo.
Dopo quella performance Nencini dorme dichiarerà: “non è questione di rappresentazione, ma di attrito e di energia”. Si tratta di un tremblement, ovvero di un tremito estetico pensato come capacità di improvvisare tattiche ibride di addormentamento, laddove i vecchi codici non sono più possibili o validi. Il tremore può allora prendere in carico un’idea altra di dormienza, dato che può cogliere la fragilità e l’energia di una non-stabilizzazione identitaria: il soggetto, in preda agli spasmi del sonno, non potrà dire “io”, come sosteneva Jacques Derrida, ma iscriverà la propria non codificabile soggettività nelle manifestazioni sintomali del corpo, nei tremori di una voce sbiascicata che si afferma come movimento della coscienza tramite la soglia del dormiveglia, senza organizzarsi o scindersi in parola. Invece di controllare i propri movimenti, l’io-artista-dormiente è in preda a forze che lo trascendono, ma al contempo è capace di captare e trasformare quelle energie in tracce e forme. In tutte le sue performance questa perdita di controllo è letterale: in “Il gigante di Goya” Nencini sta disteso nudo su un telo bianco, con penne legate agli arti. I movimenti involontari del sonno tracciano dei segni sul telo, che vanno a descrivere la forma onirica ma reale dell’incubo del gigante antropofago di Goya.
Altrove l’incontro con l’imprevedibile oniricità assume la forma della forza animale, o dell’enigmatica reazione alchemica, come nell’inimitabile “Amare è lottare fino all’accettazione”: su un marciapiede del dodicesimo arrondissement di Parigi un branco di suoi amici bobo beve ridendo tra le macchine in sosta, giusto accanto alle finestre e ai portoni delle case parigine. L’artista dorme seduto sotto la luce di un lampione, le gambe teneramente intrecciate tra loro, la testa reclinata verso il petto, a stento visibile nella mano sinistra una fiaschetta d’argento. Il suo corpo si trasforma in una condesazione di potenze: una potenza fisica imprevedibile pronta a esplodere in ogni momento, capace di mimare un’immagine del mondo e, quindi, dell’artista, attraverso un’erosione dell’io tramite la performance del sonno. Tutto l’impianto scenico è convocato per essere esposto alla propria autocombustione metaforica.

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