LAUTRÉAMONT E SADE: PENSARE IL MALE

FERRUCCIO MAZZANTI

 

Maurice Blanchot, Lautréamont e Sade, SE Editore, 2003, pp 208, € 18,00

Uno dei libri che più hanno cambiato il mio punto di vista sul mondo durante gli anni universitari è senza dubbio questo difficile saggio, scritto da un filosofo francese del Novecento, considerato tra i più oscuri: Maurice Blanchot. Qui egli affronta, mettendoli accanto, due tra gli scrittori più importanti e scandalosi che si possano annoverare nell’elenco dei poeti e pensatori dediti al male: Sade, da cui deriva la parola sadismo, e Lautréamont, il più maledetto tra i poeti maledetti dell’Ottocento, ultimo esponente di una discesa all’inferno che vanta scrittori del calibro di Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, ecc… Nasce così un saggio illuminante e geniale su cosa sia il negativo, la ribellione, la rabbia, la distruzione, la frustrazione, l’anelito verso la libertà, l’autodeterminazione tramite impulsi emotivi contrastanti tra loro e, ovviamente, qualsiasi dinamica implicita nei rapporti di potere sussistenti tra gli individui. Dunque un saggio fondamentale che affronta la complessa strada che l’individuo deve compiere attraverso il male per divenire se stesso, qualsiasi cosa questo significhi.

Se da una parte il complesso personaggio di Sade, reso celebre da una cultura mainstream sempre alla ricerca di una qualche trasgressione, viene esplicitato anche attraverso le analisi di Pierre Klossowski, Jacques Lacan e soprattutto di Georges Bataille, senza per questo sminuire l’originalità del pensiero di Blanchot, Lautréamont diventa un vero e proprio punto cardine sul quale far ruotare una concezione del negativo assolutamente libera da spore di matrice hegeliana e a tratti quasi superiore all’idea politica soggiacente a L’uomo in rivoltadi Camus, per quanto i punti di partenza e di arrivo delle due opere non siano facilmente equiparabili.

Tuttavia, insieme proprio a Camus e a Arendt, nonostante una prosa di non facilissimo accesso grazie agli svolazzi poetici tipici dei filosofi francesi più arditi, questo libro rappresenta a mio giudizio uno dei culmini massimi di filosofia politica, fatta attraverso un’analisi estetica non tanto del nemico, ma del concetto stesso di male. Per una definizione esaustiva di cosa si intenda con la parola male, basterà sottintendere il concetto di negativo in Alexandre Kojève che ha così enormemente influenzato tutta la filosofia esistenzialista francese, e più in particolare un breve richiamo a Bataille, pensatore forse poco frequentato fuori dal campo dell’arte, ma che sarà uno dei maestri indiscussi della filosofia francese, e i cui ammiratori troveranno fortuna nel mondo accademico come Michel Foucault, Jean Baudrillard, Jean-Luc Nancy, Georges Didi-Huberman, Jacques Derrida, in generale tutto Tel Quel, ovviamente Mario Perniola, Roberto Esposito, Federico Ferrari e il guru della filosofia italiana Giorgio Agamben.

Ritengo che questo saggio bellissimo ed emozionante per la sua capacità di penetrare nei più bui angoli dell’oscurità umana rappresenti oggi giorno un interessante spunto per comprendere la contemporaneità che stiamo affrontando, caratterizzata da un inasprirsi di concezioni sociali e politiche sgrammaticate del mondo e un sempre maggior desiderio da parte di ampie fette di popolazione europea di gettarsi in un irrazionalismo liberale guidato più dalla stupidità che da un anti illuminismo figlio dello scacco concettuale in cui Sade e Lautréamont lo gettarono con grande profondità filosofica. Sarebbe dunque necessario comprendere esattamente in cosa consista la loro idea di uomo e di mondo per non incorrere in quel fraintendimento al limite del ridicolo che rese Nietzsche un pensatore nazista e che potrebbe rendere l’Europa un continente nuovamente in mano a un branco di bifolchi.

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