L’effetto Lucifero: quanto è facile essere cattivi

Philp Zimbardo, L’effetto lucifero, cattivi si diventa?, Raffaello Cortina Editore, pp. 733, € 39,00

Uno dei pilastri del nostro narcisismo democratico borghese è che il mostro, colui che violenta, uccide, tortura, esercita violenza, agisce con finalità razziste, costui non è come noi. Qualcosa di mostruoso deve aver deviato la sua anima o la sua psiche, ponendolo su di un piano che non ha alcun legame con la nostra persona. Noi non siamo dei mostri. Noi, in definitiva, non ci ridurremmo per nulla al mondo a comportamenti di tal genere, la nostra cultrura e la nostra sensibilità ci rendono superiori a tali abomini etici.
In definitiva quando, per esempio, studiamo l’orrore dei totalitarismi novecenteschi, quando apprendiamo dei Lager nazisti o dei Gulag comunisti, ci domandiamo esterrefatti come sia potuto accadere. Noi, di certo, non ci saremmo mai e poi mai comportati in quel modo. Chi affermasse il contrario verrebbe guardato in modo obliquo o come un provocatore poco divertente. Eppure nel 1971 lo psicologo comportamentista Philip Zimbardo fece un esperimento che in breve tempo mostrò la relatività dei confini tra bene e male. Passato alla storia come L’esperimento carcerario di Stanford, inizialmente doveva trattarsi di uno studio sulla resistenza delle persone normali in condizioni di prigionia. Vennero selezionati 24 studenti in base ad analisi che assicurassero la loro assoluta normalità: 24 maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti. In un secondo momento furono assegnati casualmente (testa o croce a loro insaputa) i ruoli: metà prigionieri, metà secondini. Ai secondini non venne data nessuna informazione sul comportamento da tenere se non che i carcerati dovevano rispettare alcune regole tipiche delle più morbide delle prigioni, come rispettare il silenzio durante la notte, non danneggiare l’edificio, rivolgersi alle guardie con l’appellativo di Signore, e altre simili. Certo, l’ulima regola sanciva che se non fossero state rispettate le regole precedenti le guardie avrebbero potuto decidere delle punizioni, senza specificare quali fossero le punizioni.
Ai prigionieri era stato invece detto che l’esperimento si sarebbe potuto concludere in qualsiasi momento avessero desiderato, bastava che dicessero basta e tutto si sarebbe fermato.
A questo punto i due gruppi erano ancora intercambiabili, cioè uno studente di un gruppo sarebbe potuto essere posto nell’altro gruppo senza determinare alcuna differenza.
Ai due gruppi vennero dati i vestiti adeguati al loro ruolo.

Non starò qua a raccontarvi tutte le vicende, vi dirò solo che l’esperimento sarebbe dovuto durare 15 giorni, ma già al secondo giorno cominciarono a manifestarsi atti di violenza psicologica e poi fisica, in un crescendo così estremo che dopo 6 giorni l’eperimento venne fermato e non per richiesta dei prigionieri, ormai convinti di non avere la libertà per arrestare quelle brutalità che subivano, bensì dal team di psicologi esterrefatti e confusi.
Il carattere delle guardie e dei prigionieri si era drammaticamente modificato in soli sei giorni, in un modo tale che era del tutto impensabile che solo la settimana prima i due gruppi fossero stati del tutto intercambiabili.
Il concetto di interscambiabilità è importante perché ci permette di focalizzare la nostra attenzione sulla relatività del nostro ruolo di persone normali in situazioni in cui ci viene richiesto di impersonare un ruolo. La conclusione, infatti, è l’ovvietà che l’ambiente sociale in cui viviamo indirizzi il nostro carattere a prendere determinate forme. Il prigioniero, anzi, per essere più precisi, io Ferruccio Mazzanti come prigioniero, costretto in uno spazio angusto, privo delle libertà fondamentali di movimento, espressione, gestione del tempo, etc… tenderò ad avere un comportamento depressivo, non particolarmente propenso alla collaborazione con le guardie, e tutte le altre cose che già sapete. Ma io Ferruccio Mazzanti come carceriere tenderò invece a subire la pressione che il mio compito di carceriere comporta, ovvero il bisogno di eseguire un lavoro che consiste nel farsi ubbidire da persone che possono tramare contro di me, odiarmi, con colleghi che per farsi rispettare devono alzare continuamente la posta in gioco nel gioco della violenza, in una spirale che mi imprigionerà, anche per spirito di appartenenza, al gruppo che mi è capitato, in una coercizione comportamentale.
Da qua l’impossibilità psicologica di creare un rapporto empatico col prigioniero, che verrà deindividualizzato fino a renderlo una figurina piatta e bidimensionale, un nemico che non ha il potere o la possibilità di comunicare con me.
La pressione sociale alla conformazione del comportamento e la deindividualizzazione delle persone sono, per Zimbardo, il motivo grazie al quale sono possibili le torture, i massacri, i genocidi, gli stupri raziali, il razzismo e via dicendo. Ogni forma di deindividualizzazione, anche quelle apparentemente meno gravi, ricadono in un processo di produzione del nemico.
E certamente questo è impressionante se pensiamo a noi, normali individui in una società libera e democratica, che supponiamo di essere sempre al di sopra di ogni ambiguità etica, senza mai accorgerci che non esiste una società che non eserciti una qualche forma di pressione comportamentale su di noi e non esiste una cultura che non deindividualizzi in qualche modo l’estraneo. Sarebbe dunque necessario, ogni volta che dobbiamo esercitare un rapporto di potere o di sudditanza nei confronti dell’altro (che sia più povero o più ricco di noi, col nostro colore della pelle o di un altro, della nostra classe socio-economica o di un’altra, etc…), soffermarsi lungamente ad analizzare quelle più o meno piccole deindividualizzazioni che compiamo ogni giorno, così da riconoscere in noi, anche se di sinistra, illuminati, democratici e borghesi, quelle forme di razzismo o differenziazione a cui talvolta aderiamo per conformarci ad un establishment (più o meno predisposto alla satira) o solamente per pigrizia.

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