Nevermind: L’uomo con la pistola non capisce

Stefano Patrizio

 

Nirvana, Nevermind, Geffen Records, 1991 (Remastered 2011), 10,99€

Il 24 settembre 1991 i Nirvana pubblicano il loro secondo album, Nevermind. Il Primo ottobre 2017  un tizio si affaccia dalla finestra di un albergo sulla Strip di Las Vegas, apre il fuoco sul pubblico di un concerto e lascia a terra 58 vittime e 489 feriti. I Nirvana, in Nevermind, avevano parlato di questo.

Vi sono già moltissime letture fatte dell’album del 1991. Ci concentreremo, in questa, su un dettaglio.

Quando gli fu chiesto che significato avesse il fatto che per ben tre volte la parola “gun” (armi da fuoco) apparisse nei testi delle canzoni, e prima che ciò potesse divenire oscuro presagio del di lui suicidio prossimo, Cobain rispose candidamente che non ci aveva fatto caso. E noi non ci crediamo.

Nevermind è senza dubbio l’album più politico dei Nirvana. Non che ci volesse assai, certo, dato che la maggior parte dei testi degli altri due dischi fatti e finiti, allorquando non volutamente privi di significato, riguardano per lo più la sfera privata, la vita familiare, le relazioni umane, le distorsioni perverse di tutte queste cose, le droghe, i mostri interiori. Però in Nevermind appaiono due, non di più, due canzoni dal significato più politico: Smells Like Teen Spirit (la canzone “sull’apatia della mia generazione” fu definita dall’autore) e In Bloom. E in entrambe, come in Come As You Are ma in un contesto completamente diverso, compare la famosa parola “gun”.

Il testo di In Bloom, ma anche il videoclip-parodia dei Sixties che ha accompagnato l’uscita del pezzo come singolo, infatti descrive ironicamente il personaggio prototipo che ascolta musica underground senza capirne il significato e, sopratutto, senza possedere i mezzi per averne una comprensione emotiva.

Kurt Cobain (epperò magari non lo sapeva) nel descrivere il tipo a cui piacciono tutte le loro canzoni, le canta, non le capisce e gradisce sparare con la pistola sta descrivendo il maschio bianco americano degli anni ’10 del secolo Ventunesimo.

Con insospettabile tempismo, il New York Times ha pubblicato il 5 ottobre del 2017, quattro giorni dopo la sparatoria di Las Vegas, a firma di Nate Cohn e Kevin Quealy, il primo esperto di sondaggi, delle tabelle che illustrano la divisione elettorale tra i votanti di Hillary Clinton e Donald Trump secondo alcune categorie, in base alla razza, al ceto sociale, all’area abitativa e al possesso di armi da fuoco. Il senso del peloso articolo, intitolato “Nulla divide di più gli elettori più del possesso di armi da fuoco”, è anche dimostrare come gli elettori di Donald Trump, brutti e cattivi, sono possessori di armi. Al di là di questa scoperta dell’acqua calda, può essere interessante incrociare le tabelle, per cercare quali altre connessioni vi si celino.

Ad esempio le tabelle sono quasi sovrapponibili per quanto riguarda il possesso di armi, la razza (laddove si intenda bianchi/qualsiasi altro colore di pelle), zona rurale/cittadina, appartenenza alla working class, stato civile e finanche credo religioso (da intendere atei versus credenti, quando per credenti si intende “cristiani”). Tradotto, è armato il maschio bianco, eterosessuale, sposato, credente, abitante di zona rurale e working class.

E che questa sia anche una questione di colore della pelle si evince dal fatto che la sparatoria a Las Vegas sia stata riportata come il peggior massacro a colpi di arma da fuoco della storia degli Stati Uniti, dimenticando ciò che è successo a Colfax, Louisiana (oltre 150 vittime per lo più di pelle nera), la distruzione della “Black Wall Street” di Tusla (oltre 300 vittime per lo più di pelle nera), il massacro di Sand Creek (circa 230 vittime di pelle rossa) e via discorrendo.

Ma non è la conta a chi c’ha più morti da rivendicare che interessa, è la rimozione. Per quanto vi sia una narrazione di questi avvenimenti, anche dettagliata e cruda, e per quanto questa narrazione stia portando a una maggiore consapevolezza critica (è di questi giorni la discussione sull’opportunità dei festeggiamenti per il Columbus Day), questi fatti però vengono immediatamente rimossi allorquando si ripresenti l’onda emotiva prodotta dalle vittime di pelle bianca. È come se, nella possibilità di potersi identificare contemporaneamente con le vittime (bianche) e il killer (bianco), scattasse un cortocircuito nella testa bianca che porta alla desensibilizzazione, alla perdita delle capacità analitiche, sintetiche e critiche, delle capacità empatiche. La reazione è l’incredulità, il non-capire esternato col puritano “thoughts and prayers” (efficacissimi strumenti di analisi politica, evidentemente).

E di questo parlava Kurt Cobain in In Bloom, degli americani, bianchi, con la pistola che non capiscono.

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