Odiare la poesia

Ben Lerner, Odiare la poesia, Sellerio 2017, pp. 83, 12,00 €

  1. C’è chi sostiene di non capirla
  2. C’è chi sostiene che abbia perso il suo afflato universale, diventando così una specie di selfie
  3. C’è chi sostiene che sia diventata un fenomeno accademico slegato dalla vita vera, quindi troppo universale e poco selfie
  4. C’è chi sostiene che per richiamare l’attenzione i poeti siano ricorsi a trasgressioni del politicamente corretto tipiche del postmodernismo e dei Cultural Studies
  5. C’è chi sostiene che non riesca a rinnovarsi
  6. C’è chi sostiene che nell’epoca dell’ironia a tutti i costi una forma artistica seria non regga la pressione
  7. C’è chi sostiene che la perdita della metrica a favore del verso libero abbia alla lunga determinato una degenerazione
  8. C’è chi sostiene che l’endecasillabo sia noioso
  9. C’è chi sostiene che sia una forma di comunicazione obsoleta e non competitiva
  10. C’è anche chi sostiene che sia colpa dei professori incompetenti che non ce l’hanno fatta apprezzare nel modo dovuto
  11. Infine c’è chi sostiene che…

Che la poesia sia odiabile rimane un’ovvietà talmente autoevidente che il breve saggio di Ben Lerner si dimostra come una vera e propria provocazione, non tanto perché la sua ironia vorrebbe dimostrare l’esatto contrario, cioè un amore incondizionato verso la poesia, bensì perché finalmente afferma quello che la maggioranza della popolazione istruita pensa senza avere il coraggio di dire esplicitamente: io odio la poesia. Insomma, qualsiasi scusa per aggredire la poesia contemporanea sembra sempre a portata di mano, purché si riconosca che è inadeguata e brutta. Nessuno che ne prenda seriamente le difese. Nessuno tranne Ben Lerner, che come un avvocato che tenti un’ultima disperata arringa conclusiva di fronte alla corte (eccendendo a volte in una retorica squisitamente americana), ammette fin da subito che tutti i capi d’accusa addotti sono assolutamente veri, ma solo ed esclusivamente per analfabetismo di ritorno o per snobbismo dei critici, che non riescono a trovare nessun nuovo Walt Whitman o nessuna nuova Emily Dickinson a portata di mano. Se però scrutiamo un attimo più nell’intimità del problema, si potrebbe arrivare alla conclusione che alla poesia chiediamo sempre l’impossibile, che per definizione, essendo impossibile, ci lascerà in un modo o nell’altro insoddisfatti. Ci vorrebbe una canonizzazione per rassicurarci sul valore che l’opera di un artista può avere per la nostra vita, oppure basterebbe una volta ogni tanto tornare a leggere la poesia senza pregiudizi, fidandoci esclusivamente della sensazione e della percezione che quella poesia (appena scritta o antichissima) produce in noi. Dico: basterebbe questo!

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    Ferruccio Mazzanti Written by:

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