PICCOLA CITTÀ: PARLARE DI EROINA

RAFFAELE NENCINI

Vanessa roghi, Piccola città. Una storia comune di eroina, Laterza, 2018, pp. 232, € 19,00

Questo libro ha incontrato il generale consenso della critica. Segnalo recensioni molto belle apparse su «il lavoro culturale» (qui), «Doppiozero» (qui) e «Dinamopress» (qui). E occupa il primo posto della sezione “Saggistica” nella classifica di qualità di febbraio 2019 de «L’indiscreto» (qui). Condividendo molti dei giudizi espressi sull’opera, giudizi sicuramente più autorevoli del mio, è difficile scriverne. Eppure sento il dovere di unirmi al coro, perché Piccola città non è soltanto un lavoro notevole: è qualcosa di più, è un monito, un invito a fare meglio la nostra parte di lettori consapevoli e di soggetti attivi nella società. Se infatti di eroina non si parla – e l’eroina non ha mai smesso di circolare – se il discorso sulle droghe è comodamente lasciato, come evidenzia l’autrice, «agli sbirri e ai preti», se le morti per overdose hanno una loro eco mediatica solo quando è possibile capitalizzarle politicamente, non è forse anche una nostra responsabilità?

Ecco: in questa storia invece si parla di eroina, della comparsa dell’eroina in Italia e più specificamente nella provincia italiana, a Grosseto, di come l’eroina abbia cambiato questa provincia, e delle difficoltà di parlarne. Abbiamo bisogno di libri come questo, che non è un libro di storia, ma è scritto con tutto il mestiere della storica che ricostruisce l’evolversi della legislazione italiana sugli stupefacenti; che ci mostra l’emergere della figura del tossico nel nostro immaginario culturale; che ridicolizza la storiellina deresponsabilizzante secondo cui nei primi anni Settanta qualcuno avrebbe fatto circolare le droghe nel movimento per poterlo indebolire. Non è un libro di storia, o almeno non lo è nel senso più tradizionale, ma è un libro che dovrebbe far riflettere chi a vario titolo si interessa di storia perché raramente si incontrano testi in cui siano tanto esplicite le motivazioni biografiche da cui origina la ricerca. Lo si apprende ben presto leggendo questo volume: il padre dell’autrice negli anni Ottanta è stato incriminato per una vicenda legata al consumo di eroina. Ed è proprio questa rivendicata parzialità a rafforzare il lavoro. Perché – come è noto – non si può scrivere di storia rincorrendo una pretesa oggettività, ma soprattutto perché l’argomentata, vissuta, orgogliosa presenza di Vanessa Roghi in questa storia disarma ogni discorso colpevolizzante sul consumo di droghe. Disarma il discorso colpevolizzante che viene fatto sui consumatori come il discorso colpevolizzante fatto dai consumatori su se stessi. E ci riporta a un punto fondamentale: la droga non ha a che vedere con il profilo antropologico, psicologico, sociologico, medico dei cosiddetti drogati. La droga ha a che vedere con la società nel suo complesso. La attraversa e la connota. Una fenomenologia del consumo è certamente utile, ma non possiamo fingere di dimenticare la dimensione sistemica della cosa.

Penso che questo assunto sia una condizione necessaria per trattare l’argomento responsabilmente. Per contenderlo, nei fatti, agli sbirri e ai preti. E per mettere in atto delle pratiche (come per invocare delle politiche) che riducano i danni. In questo il libro ci aiuta, perché può risvegliarci da un torpore in cui è forse troppo facile cadere, anche se credo che resti da fare la gran parte del lavoro.

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