The Inner Life of Empires: per una microstoria globale dell’illuminismo scozzese

Federico D’onofrio

Emma Rothschild,The Inner LIfe of Empires: an Eighteenth-Century History, Princeton University Press 2011, pp. 496, £23.95

Una delle preoccupazioni costanti dell’economista indiano Amartya Sen è stata la sua lotta contro l’approccio comportamentista alla scelta umana. Il paradigma dominante dell’economia a partire dagli anni 1940 si era fondato sull’idea che non si potesse guardare dentro la testa delle persone, come gli economisti marginalisti avevano cercato di fare fin dalla secondo metà dell’Ottocento, ma che ci si dovesse limitare ad analizzare le loro scelte, le loro preferenze rivelate. Se un consumatore quindi acquistava due kg di albicocche invece che un kg di ciliegie, era inutile per l’economista chiedersi se le comprasse per la moglie incinta o perché erano in offerta, o perché si era distratto a chattare su whatsapp con la giovane amante vogliosa, nonostante che la moglie incinta si fosse raccomandata con lui di comprarle proprio le ciliegie visto che a lei le albicocche fanno venire acidità di stomaco. L’unica cosa che deve interessare all’economista è che alla fine il consumatore abbia preferito le albicocche alle ciliegie. Sen ha sempre lottato contro questa posizione, rivendicando la complessità dei meccanismi di scelta e anche, programmaticamente, l’importanza del processo deliberativo per la formazione delle scelte e delle preferenze, sia quelle individuali che quelle sociali.

Ecco, il libro di Emma Rotschild sembra partire un po’ da quest’ordine di considerazioni. Utilizzando i documenti privati e soprattutto le lettere di un vasto cerchio di amici, Rotschild tenta di ricostruire la vita interiore di una gruppo di fratelli scozzesi e dei loro conoscenti negli anni cruciali della creazione dell’impero britannico nelle Americhe e in India. Rotschild non si sofferma a descrivere più di tanto i fatti nella vita di queste persone, che pure hanno delle vite avventurose, che si svolgono fra l’India ancora non britannica, il Capo di Buona Speranza, la Florida, New York e ovviamente il parlamento di Londra e le Lowlands scozzesi. Quel che interessa a Rotschild non sono i bruti fatti, ma il modo in cui furono vissuti, i “sentiments”, o anche i “moral sentiments” dei protagonisti. Per questo il libro è praticamente intessuto di citazioni tratte dalle lettere, dai discorsi e dalle altre fonti e mantenute nella spesso fantasiosa grafia originale. In pratica, l’autrice cerca di esplorare il mondo del diciottesimo secolo e la nascita dell’impero dal punto di vista dei suoi personaggi: donne, schiavi, governatori della Florida o amministratori della Compagnia delle Indie.

Da un lato è chiara l’affinità con la tradizione della microstoria. Non si può non pensare al mugnaio Menozzo e alla sua cosmogonia. Una microstoria estesa però a coprire tutto il campo geografico della Imperial History, cioè, forse, la branca più alla moda della storiografia britannica. Dall’altro, però, The Inner Life of Empires è interamente dominato da quelle che gli antropologi definirebbero “categorie emiche”.

Ne risulta, nei momenti migliori, una storia dell’illuminismo scozzese, di cui Rotschild è uno dei principali esperti, che immerge le grandi figure (Hume, Smith, Ferguson) nel loro contesto vitale, ridando un senso concreto, quasi quotidiano, alle loro speculazioni sulla politica e la società. Dall’altro, il libro soffre proprio delle sue qualità migliori e spesso è il lettore a rimanere sommerso dalle citazioni innumerevoli e dalle esternazioni dei fratelli Johnstone e dei loro amici, perché è come se l’autrice, cucendo insieme le dichiarazione di Bell o Belinda, di Betty, di John, di William Pultney, e di tutti gli altri, più che scrivere un libro di storia avesse tentato disordinatamente di restiturci il flusso di coscienza di uomini e donne dell’impero.

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