The Man in the High Castle, la miglior serie mai fatta (grazie a P. Dick)

GIOVANNA DADDI

C’è una specie di punto e a capo nella storia del mondo, e quel punto è che i fottuti nazisti sono stati sconfitti, spazzati via dalle forze alleate e il mondo è diventato un posto migliore, per un po’.

Casualty a parte: già, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki.

La coscienza dei giusti non può dormire serena. Anche dalla parte della ragione c’è del torto. Forse, dunque, anche dalla parte del torto c’è della ragione?

Ho sempre pensato che Philip Dick dovesse essere di questa idea.

The Man in the High Castle, capolavoro della distopia ucronica, ci racconta un enorme e articolato “SE fosse andata diversamente”, un’alternativa inquietante al corso della storia, delle nostre vite e di ciò che nell’immaginario collettivo e nella cultura pop è l’ovvio, lo scontato, il vero e reale.

Ci conduce in un viaggio nell’incubo che, saggiamente e a monito perpetuo, ripropone gli stessi stilemi ideologici di contrapposizione tra potenze, ci riporta a sbattere la faccia sullo specchio eterno del diverso da sé, dell’odio, della lotta per la supremazia, della presupposta superiorità degli uni sugli altri. Scrive la copia carbone, dove i vinti sono i vincitori, dove il mondo è ugualmente diviso in due, gli attori sono altri, eppure sono alla ricerca di una perfezione impossibile in un mondo per definizione perfettibile. La dittatura, nella più classica e tragica delle sue accezioni, priva di libertà l’uomo, lo soggioga nel terrore, lo costringe ad inchinarsi, a farsi delatore, a rinunciare ai legami più profondi per avere salva la vita.

Chi non vuole sacrificare il sangue del suo sangue perché legge lo impone, trova il destino ad attenderlo: il suo stesso sangue si sacrifica da solo, condizionato dal lavaggio del cervello della propaganda continua, della spersonificazione in nome non già di una persona ma di una causa che per esser di tutti finisce per non essere di nessuno e anzi per essere contro l’uomo, contro l’umanità e la natura stessa. L’ipnopedia huxleyana, l’assenza di pensiero consapevole, il giudizio e la critica a giacere in eterno nella fossa della convinzione indotta.

L’alto castello è una metafora? O è un rifugio della mente? Propone il viaggio tra due dimensioni entrambe reali (o irreali) come unica via di fuga: la terza dimensione c’è ma non si vede, è quella della ragione, della compassione, dell’umanità ritrovata. In ognuno esiste una porta che si può aprire su quella dimensione, ma quasi sempre resta chiusa.

Su tutti aleggia la paura della bomba.

Su chi vive negli stati del Pacifico, su chi vive nel Reich Americano. Su chi vive nella Zona Neutrale, dove la legge è l’assenza di legge e il dominus è un bounty killer impazzito che ha una sola missione: la sua, muovendosi in un far west redivivo dove le cose importanti avvengono in un saloon che ha l’insegna sbiadita di un american diner.

La sala cinematografica cade a pezzi, nessuna proiezione. Solo un film che narra una storia incomprensibile, una storia inventata, o forse no: quella dell’aquila del reich che cade distrutta, delle strade in festa, di Yalta, di Kennedy e Kruscev. Sono proiezioni di irrealtà che, chissà dove, chissà quando, sono realtà, potrebbero essere accadute, SE.

In questo deserto pieno di uniformi brune, di inchini e onore, di seppuku e distruzione, di giovani nazisti in festini di acido, la musica dell’altra dimensione è bandita: troppo nera per essere permessa, arriva a sprazzi, clandestina, dalle radio pirata della terra di mezzo e porta lacrime.

I fiori rosa dei ciliegi che cadono come neve, coprendo l’orrore che vediamo e anche quello che non vediamo, rammentano che esiste la tenerezza.

E quello struggimento arriva, solo per un momento, in una sala da ballo segreta, in cui qualcuno suona una melodia dell’ovest, le note sono sconosciute e le parole dicono “I can’t help falling in love with you”.

So american.

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