Under the covers: di imperi e periferie degli imperi

Stefano Patrizio

 

Lydia Lunch & Cypress Grove, Under the Covers, Rustblade, 2017, CD 14,49€

 

 

C’è un tranquillo villaggio nel Far West, dove la vita scorre calma, il whisky scorre calmo, il sole cade tra le colline. C’è il saloon, la boot hill, il Doc alcolizzato, la casa di tolleranza, gli indiani presi a fucilate. I cavalli bevono l’acqua fuori dal saloon. All’orizzonte, s’avvicina un carro scalcagnato.

Lydia Lunch è un mito. Lydia Lunch spacca. Ogni disco che ha fatto spacca. Ogni collaborazione nella sua lunga carriera spaccava. Se c’è qualcuno che con la sola voce sinesteticamente fa sentire il puzzo del piscio dei vicoli di Brooklyn, il rumore dei topi che passano tra i bidoni, il sapore del whisky scadente mischiato col ghiaccio, questa è Lydia Lunch. Ogni volta che apre bocca tira addosso all’uditorio storie che nessun altro racconta, quelle storie che nessuno vuole sentire se non per rimuoverle, gettarle nella pattumiera del giudizio più perbenista e puritano della perbene e puritana America bianca. La sua è una poetica fulminea, femminile e riottosa, comoda come una sedia di legno e vimini sfondata.

Assieme al grosso chitarrista inglese Cypress Grove, con cui aveva già lavorato anni fa a A fistful of desert blues e Twin Horses hanno preso le canzoni più oscure e tormentose tra le cover possibili e le hanno rese una serie di fratture multiple sonore, irrispettose degli originali, irriconoscibili se non per il loro senso decontestualizzato.

Questi due giganti della no wave hanno presentato questo disco, Under the covers, in un concerto al circolo ARCI Il Progresso, suonando la loro scaletta in un’oretta, davanti a un pubblico folto, molto innamorato, preso a schiaffi e quindi ancora più innamorato, cullato e cazzottato, cui solo il divieto di fumare in luoghi pubblici ha tolto uno dei pochi dettagli conseguenti dell’atmosfera generata dai due sul palco.

Il carro scalcagnato entra nel villaggio del Far West e si ferma in mezzo all’incrocio delle due strade principali. Tirato un telone, il conducente comincia a gridare forte del suo potente elisir di lunga vita, che tutti i mali cura, dall’insonnia al ginocchio della lavandaia, dalla cattiva digestione alla perdita dei capelli. Nelle sue bottigliette c’è solo acqua sporca e lui lo sa. Ma le deve vendere e le venderà.

Lydia Lunch e Cypress Grove avrebbero potuto evitare di mettere su un concerto in cui la parte principale, dopo la voce e la figura di Lydia, era composta dalle basi preregistrate del loro ultimo disco. Perché sentire cantare e strillare e parlare e dire le parolacce Lydia Lunch è un elisir di lunga vita, l’amore che genera in chi l’ascolta è un elisir di lunga vita.

Con le basi, resta una spiacevole sensazione di vendita in mezzo al paese alla di periferia dell’impero americano, però.

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