W le serie TV

 CATERINA ORSENIGO

Sul Mondo o niente, anche se i lettori probabilmente non se ne sono mai accorti, c’è un ordine abbastanza preciso di turnazione degli articoli. (I lettori probabilmente se ne sono mai accorti perché quest’ordine subisce continui movimenti mutazioni modifiche quindi forse all’esterno può sembrare un caos, ma non è così: un’irregolare sistematicità esiste). Dicevo questo perché oggi non è il mio turno. Non che sia importante però volevo dirlo lo stesso. Ho rubato il turno a Raffaele Nencini ma spero che non me ne vorrà.

Allora, il motivo per cui sto rubando il turno a Raffaele Nencini è che venerdì ho letto un articolo uscito proprio sul Mondo o niente e non ero d’accordo su un sacco di cose e quindi ho pensato di polemizzare direttamente qui, se no poi passa troppo tempo, ci si dimentica e insomma meglio farlo subito.

Dunque l’articolo in questione è quello di Giovanna Daddi, che spero prenderà sportivamente questa mia risposta. (O invece mi odierà e magari mi odierà anche Raffaele Nencini). Comunque, trovate qui il link: http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/seriamente/.

Bene, ora che l’avete letto posso cominciare.

Giovanna attacca le serie tv e io sono un’amante delle serie tv. Almeno di quelle belle. A volte anche di quelle meno belle. Così come sono un’amante dei libri, quelli belli, a volte anche quelli meno belli. Lo stesso vale poi per i film. E per i racconti. E poi per il teatro e per un sacco di altre cose.

Ovviamente non ce l’ho con Giovanna Daddi. Lei in realtà potrebbe essere una grande amante delle serie sotto mentite spoglie, o magari il suo problema è che il logaritmo di Netflix le consiglia solo serie orrende, e quindi effettivamente sembra che facciano tutte schifo. Quindi insomma, prendo semplicemente spunto dal suo articolo per polemizzare contro gli haters delle serie tv in generale, ma non tanto perché non sia d’accordo sul contenuto – è secondario, ed è secondario che io le ami e loro le odino – quanto piuttosto perché credo ci sia un problema nel procedimento logico.

Torniamo all’articolo.

Potrei discutere a lungo con Giovanna di una singola serie tv, magari di Black Mirror che lei cita tra le righe, e potremmo analizzare i punti che funzionano e quelli che non funzionano, dove è interessante e dove scade nel banale. Potremmo arrivare a un accordo in termini di qualità e poi dissentire a livello di gusto, rispetto al semplice “provo piacere a guardarla” / “non provo piacere a guardarla”, su cui è difficile questionare.

Non potremmo però discutere sull’assunto “tutte le serie sono brutte”. Non potremmo perché è impossibile discutere su una generalizzazione, lo si può fare goliardicamente come chiacchiera da bar ma non seriamente.

Giovanna non dice che tutte le serie sono brutte, però dice che sono tutte basate “sull’inquietante e manichea dicotomia buoni vs cattivi”. In tutte, dice, anche se sono migliorate in generale negli ultimi anni, si arriva a un “incagliamento della trama”, una falla non prevista dagli sceneggiatori che si risolve solo arrampicandosi sugli specchi, ricorrendo a dei ex machina “sempre più improbabili e ridicoli”.

Il punto è che o si discute del mezzo o si discute del singolo contenuto. Con questo non voglio dire che il mezzo non faccia il contenuto, è chiaro. Però se il mezzo è il pianoforte posso o dire che tutta la musica per pianoforte è, che ne so, melensa, e quindi la disprezzo (ma sarebbe una generalizzazione, basata probabilmente su un’idiosincrasia personale difficilmente dimostrabile e sicuramente arriverà un pianista un giorno che farà un pezzo non melenso e il mio ragionamento crollerebbe), oppure posso dire che il suono del pianoforte è cacofonico per una serie di ragioni e quindi inevitabilmente – allora sì – tutta la musica per pianoforte fa schifo.

Quindi o la struttura in sé della serie televisiva è nefasta e in sé porta a contenuti superficiali, e dunque varrà per tutte le serie l’affermazione “<<Sono tuo padre>> in confronto è niente”, oppure il problema sono alcune singole e specifiche serie televisive che sono fatte in maniera superficiale. Solo che quest’ultima affermazione vale ugualmente per i libri, per i film, per il teatro, per tutto. Personalmente, non faccio parte di chi dice che leggere è importante, qualsiasi cosa si legga. Dipende. Dipende da cosa, dipende da come. C’è la letteratura di serie B, come i film e le serie, ci sono le rassicuranti Liala, ci sono le lotte tra forze del bene e forze del male, come nel Signore degli anelli, come da sempre almeno da duemila anni a questa parte, e anche senza manicheismo morale da sempre i miti raccontano Iliadi e anche in questi racconti di guerra tra due fronti ce ne sono di interessanti e ce ne sono pessimi. Se il problema è il contenuto, non si può generalizzare. Quindi. Posso dire che non mi piace per esempio la musica melensa per pianoforte, ma non che la musica per pianoforte fa schifo perché è sempre melensa. O il problema è il medium, o il problema è nel contenuto.

Se il problema è la forma, c’è da analizzare la forma – tenendo conto, però, di alcune cose.

La lunghezza è un parametro difficile da prendere in considerazione e bisognerebbe discutere di perché questo parametro valga per lo schermo e non per il libro, e non metterei in discussione la Recherche su questo punto. Non è la lunghezza a fare la debolezza della trama: certo è più impegnativo architettare bene un arco lungo rispetto a un arco breve, ma si possono trovare buchi e “giri a vuoto” tanto in un film di un’ora e mezza che in una serie di cinque stagioni. Balzac e gli scrittori di feuilleton venivano pagati a parola quindi probabilmente si dilungavano apposta ma questo non fa della loro letteratura spazzatura.

Per altro, a proposito, il gioco di tenere il lettore aggrappato alla storia lasciando un sospeso alla fine del capitolo per fargli subito cominciare o desiderare il seguente, non l’ha inventato la serie tv, esiste da secoli, in particolare dall’ottocento e non fa, in sé, di un romanzo o di una serie un cattivo prodotto (sì, fa ribrezzo anche a me questa parola ma aveva senso usarla).

Come tipo di fruizione, il film è, volendo, più vicino al racconto, mentre la serie è molto simile al romanzo: nel primo caso, il tempo di fruizione è più circoscritto, che sia di mezz’ora o due ore, raramente di più, è limitato a un momento più o meno lungo. Nel secondo caso, la storia e i personaggi accompagnano generalmente il fruitore, che sia spettatore o lettore, per diversi giorni, a volte settimane, o invece lo tengono incollato per notti intere e gli impediscono di fare qualsiasi altra cosa; ci sono diversi capitoli e si può scegliere di usarli come metro di misura per entrare e uscire dalla storia ma anche interrompere a metà, magari quando ci si imbatte in una fase di stanca della trama. Il punto è però che la serie in termini di lunghezza e fruizione non ha inventato poi così tanto. Quello che ci può essere di nuovo, a mio avviso, è più ascrivibile a internet in generale che alla serie in particolare.

Il discorso sarebbe lunghissimo. E potrebbe continuare e spero che continui. Potremmo entrare nel merito aggiungendo che, lontano dall’essere semplice intrattenimento, le serie affrontino temi paradigmatici per quest’epoca, le distopie per esempio fanno parte dello zeitgeist e le troviamo anche nel cinema in film come Melancholia o in libri come La strada ma spesso sono proprio le serie a trattarle nel modo migliore, per la loro capacità di esprimere il sentire contemporaneo, e lo fanno su un sacco di piani, spesso in maniera molto complessa. Mentre serie come Breaking bad toccano una complessità psicologica da alta letteratura

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