XENOFEMMINISMO: UN MANIFESTO IMMANENTISTA

FERRUCCIO MAZZANTI

Helen Hester, Xenofemminismo, Nero, 2018, pp. 170, € 15,00.

Ho letto Xenofemminismo con un misto di curiosità filosofica e scetticismo epistemologico, in un rapporto di proporzione inversa dove ha prevalso lo stupore di fronte a un impianto essenzialmente contraddittorio, ma di cui non posso che condividere a pieno la concezione universalista.

Inizialmente ho faticato a entrare nel regime di senso che il libro di Helen Hester imponeva, tuttavia la ricorsività delle delucidazioni linguistiche e concettuali rende il saggio (o il manifesto) facilmente comprensibile dopo pochi paragrafi.

Innanzi tutto Hester appartiene al movimento Laboria Cuboniks, che assume come punto di partenza una presa di posizione anti naturalista: se la natura è ingiusta, cambiala. Una tale incuria ontologica inizialmente ha determinato in me un certo scompenso etico e morale, dato che il normativismo deontologico in cui spesso definisco parte delle mie personali credenze per quanto riguarda le questioni di natura biologica strideva con un’affermazione così netta di utilitarismo dell’atto nel senso più libertario del termine. Tutto questo soprattutto di fronte all’affermazione secondo cui tale cambiamento sarebbe giustificato dal progresso tecnologico, idea che risvegliava in me i timori delle mostruosità scovate nel dark web o l’orrore concettuale perpetrato dal transumanesimo o pseudoreligioni affini. Tuttavia la Hester continuava nella sua concettualizzazione al di là delle mie più cupe perplessità, esplicitando una certa affinità col pensiero di Donna Haraway, sebbene la struttura teoretica dello xenofemminismo debba essere considerata un estremismo immanentista di stampo post strutturalista e senza dubbio post decostruzionista (oddio da quanto è che non scrivevo queste parole imparate all’università e quanto mi sto divertendo). A dimostrazione di ciò il paradigma tecnologico usato come modello epistemologico e ideale di riferimento per il funzionamento del sistema sovversivo proposto è quello dell’open source e peer-to-peer, piuttosto che delle follie transumaniste, sebbene un certo pericolo nei confronti di un pendio scivoloso di jonasiana memoria non possa mai essere del tutto scongiurato.

Inoltre la contestualizzazione del sistema sanitario statunitense, radicalmente differente rispetto a quello europeo e in particolare a quello italiano, mi hanno permesso di inquadrare in modo più adeguato il fine universalista e rizomatico a cui Hester mirava. In sostanza un sistema open source è un sistema che permette a chiunque di controllare e modificare il codice con cui è realizzato. Se consideriamo il sistema sanitario una forma di controllo delle pratiche possibili eseguibili su un corpo umano (dalle xenofemministe inteso quasi come una piattaforma sperimentale) la strada più percorribile per scardinare la sorveglianza del sistema stesso, considerato come un sistema operativo closed source, è appunto forse quella di bypassarlo con la creazione di un piano di immanenza sanitario il cui funzionamento è demandato a una rete di competenze capaci nel lungo periodo di correggere gli errori del piano di immanenza stesso proprio grazie alla sua natura open source e peer-to-peer. Rimane certo ancora da spiegare come possa essere accettato lo sperimentalismo biologico di un Paul B. Preciado in quanto paradigma per una liberazione dai sistemi di controllo del potere sul bios, e come i possibili errori di tale sperimentalismo possano anche implicitamente essere giustificati di fronte al perfezionamento futuro del sistema alternativo creato dall’open source, tuttavia lo xenofemminsmo mantiene pur sempre un proposito politicamente credibile, in particolar modo quando si affrontano questioni che rimandano ai generi sessuali. Verrebbe da dire, a mio giudizio insieme a Helen Hester, che sia necessaria una vera e propria liberazione e forse una vera e propria rivoluzione della concezione che la contemporaneità persiste a difendere nella differenziazione dei sessi. Dovremmo tutti quanti lottare con le xenofemministe per affrancare l’umanità da un medioevo politico che usa il proprio potere per imporre la propria visione dell’identità non solo sessuale.

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