American Papers

GIOVANNA DADDI

1966. Dan Ellsberg, analista consulente di Bob McNamara, sta tornando in aereo dal Vietnam, dove ha raccolto informazioni sul campo per conto del segretario alla difesa: la guerra è in una situazione di stallo e non ci sono progressi.

Questo è l’inizio di The Post, il film di Spielberg che ha riportato d’attualità i Pentagon Papers, ovvero i 7000 documenti top secret del Dipartimento della Difesa che contengono uno studio approfondito sull’azione politico-militare degli USA in Indocina, collegando, come un filo rosso sangue, 5 Presidenze americane, da Truman a Nixon.

I Pentagon Papers rivelano le reali motivazioni dell’impegno degli USA in quell’area: non la volontà di aiutare il Vietnam del Sud (vera e propria creazione degli USA, con un presidente di fatto insediato dagli americani e con un gran numero di consiglieri politici inviati direttamente dagli States) ma la volontà di contenere e controllare la Cina comunista, non una guerra lampo, bensì un impegno esteso, con Kennedy in particolare.

McNamara divenne Segretario alla Difesa di Kennedy nel 1961, gli fu sempre accanto nella ristrutturazione e nel potenziamento delle forze armate, assistendo, tra l’altro, alla disfatta della Baia del Porci. Il Vietnam, nei memorandum inviati al Presidente Kennedy, doveva essere “un paese molto promettente per noi…”.

Il 22 novembre 1963 Kennedy viene ucciso a Dallas, sarà ricordato più per i suoi meriti che per le sue gravissime responsabilità, divenendo di fatto la prima icona pop della storia.

Ma fu Kennedy a volere la guerra in Vietnam, o, per lo meno, a non mettere in discussione la linea di Eisenhower di potenziamento costante della presenza USA in Indocina.

Lyndon Johnson, a sua volta, non cambiò la rotta, anzi fu il convinto promotore della missione Rolling Thunder, in una esponenziale escalation dell’impiego di forze americane in Vietnam.

I giovani americani continuavano a morire e il governo continuava a dire che la vittoria era ad un passo e che il comunismo sarebbe stato sconfitto. McNamara decise così di commissionare uno studio sul coinvolgimento degli USA in Vietnam dal 1945 al 1967, con l’intenzione di consegnarlo al suo amico Robert Kennedy, che, lui sperava, sarebbe stato eletto presidente.

Tra le altre verità top secret, nei Pentagon Papers c’era scritto, che, tra i reali obiettivi della guerra in Vietnam, il 70% era “evitare una sconfitta umiliante”.

“Tutti quei ragazzi sono morti per evitare una sconfitta umiliante…mi è rimasto impresso” questa la frase che Ellsberg pronuncia, nella stanza di un motel piena di fotocopie dei Pentagon Papers che, nel 1971, durante la Presidenza Nixon, inizia ad inviare ad una delle più grandi firme del New York Times dell’epoca, Neil Sheehan. Dan Ellsberg, da convinto sostenitore della guerra, diventa la figura chiave nello smascheramento della grande menzogna, da fedele consulente di McNamara alla Rand Corporation, diventa la “gola profonda” del Times, e poi del Post.

Lo scoop del Times è epocale: l’America, davanti alla portata delle rivelazioni dei documenti, scende in strada massicciamente chiedendo la fine immediata della Guerra. Il potere della Verità, che ha sul Popolo americano l’effetto di un comandamento, il Popolo americano che, nella sua pur distopica visione di Dio, del Sangue e della Patria, non accetta la menzogna.

L’amministrazione Nixon perde il 50% dei consensi praticamente in un sol giorno, e Nixon decide di fermare il Times con le armi legali, accusando il giornale di recare danni all’attività del governo: l’ingiunzione di un giudice federale ferma così la pubblicazione dei Pentagon Papers.

Il film di Spielberg narra la vicenda incentrandola sul Post, che in realtà era poco più di un giornale di famiglia, la cui proprietaria Kay Graham era amica intima di McNamara e il cui direttore, Ben Bradlee, era stato intimo amico di JFK (“Connie [moglie di Bradlee] abbracciò Jackie, con ancora indosso il vestito rosa pieno di sangue”). Questa è forse la cosa più interessante, l’alta borghesia americana, colta, istruita, amica dei democratici e che aveva visto in Kennedy una speranza e un sogno da realizzare, apre gli occhi davanti a quella che, forse ormai solo per gli americani, era una verità sconcertante: gli avevano sempre mentito, John Kennedy gli aveva sempre mentito e il Vietnam era niente di più che una questione di orgoglio, ancorché nato in nome della strategia della guerra fredda sullo scacchiere del Pacifico.

L’amicizia e la fiducia si fermano davanti alla menzogna, McNamara ha mentito e Kay Graham, per quanto sua amica, è la proprietaria del Post, incarna, con la grazia apparentemente dimessa di Meryl Streep, l’essenza del Primo Emendamento, vuole che la Verità esca, sa che non potrà andare altrimenti che così: lei, una donna circondata dallo scetticismo del suo consiglio di amministrazione, decide di pubblicare, contro tutti, dalla sua parte solo Bradlee.

In USA chiunque può comprare un’arma, lo stato può condannare a morte (con buona pace dell’ottavo emendamento), può far vivere senza assistenza sanitaria milioni di persone, ma non può mentire: Dio e Verità.

Un’intera generazione di bravi ragazzi americani mandati a morire sulla base di una grande bugia. Lo stesso figlio di Kay, fortunatamente tornato, era andato a combattere in Vietnam e Kay, guardando negli occhi McNamara, non può fare a meno di chiedergli “Perché? Se tu sapevi che era inutile”.

Ecco che il popolo americano insorge a difendere quel diritto alla verità, quel DOVERE alla verità che il leader a cui si affida non può non onorare, dal momento in cui si insedia giurando sulla Bibbia. Secondo questa incredibile psicologia di massa, quella guerra doveva finire.

Il Post, contattando la stessa fonte del Times, Dan Ellsberg, tramite il proprio cronista, Ben Bagdikian, che ha il volto affilato e ironico di Bob Odenkirk (Breaking Bad), continua la pubblicazione dei Pentagon Papers laddove il Times era stato fermato: solidarietà e convenienza, sicuramente, ma anche il Primo Emendamento, la stampa come medium della verità, il ruolo di controllore del potere, a sua volta potere, ma con una missione che il popolo gli ha dato, esattamente nel 1791, anno in cui fu emanato il Primo Emendamento. E, anche se sulla stampa americana, sul ruolo tra potere e media in America, pesa l’analisi di Noam Chomsky, la libertà di stampa è rivestita della sacralità che gli americani danno alla verità, nel bene e nel male. Nel giro di poche ore i titoli di Times e Post vengono ripresi da tutti i giornali, in una fuga liberatoria di notizie che non si può più arginare: Ben e Kay hanno vinto, o almeno hanno avuto ragione.

Il Post porta il caso alla Corte Suprema, e la Corte Suprema, 6 a 3, emana il verdetto: i giornali possono pubblicare i Pentagon Papers, con la motivazione, granitica e commovente, che “la stampa è destinata a servire chi è governato, non chi governa”.

Nella scena finale, la voce fuori campo del guardiano che chiama il 911 per denunciare un’effrazione nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico.

Il Washington Post diventa leggenda. A partire dall’anno successivo, 1972, due dei suoi cronisti, Woodward e Bernstein, portano sulle prime pagine del Post lo scandalo Watergate e i legami della CIA con gli esuli cubani anticastristi [il corto circuito mentale porta alla Baia dei Porci e ai documenti della commissione Warren, almeno nella interpretazione filologico-narrativa di DeLillo] decretando l’impeachment a Nixon nel 1974.

E questa è storia.

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