BODYGUARD, LA SERIE INGLESE

GIOVANNA DADDI

 

Intanto scordatevi Kevin Costner e Withney Houston, perché questa è una cosa seria.

Sapevamo già, grazie a Le Carré, che le spie britanniche non sono Bond, James Bond. Sono spietate, come tutte le spie, tramano nell’ombra, come tutte le spie, in più sono inglesi («we shall fight on the hills, we shall never surrender»).

In Bodyguard sono anche particolarmente cattive, responsabili di un complotto politico che si svolge sullo sfondo della minaccia del terrorismo.

Dopo gli interventi in Medio Oriente, l’Inghilterra è un bersaglio per gli integralisti islamici, e fin qui è storia. Ma cosa succede quando i terroristi incontrano sulla propria strada un ex soldato inglese quasi morto in Afghanistan, afflitto da un grave disturbo da stress post-traumatico, che ha il cervello fritto (anche se non lo da a vedere) e la vita distrutta? Qualcosa di bello: una forma di empatia che porta a individuare un nemico comune in coloro che quelle guerre inutili le hanno volute, a dispetto delle conseguenze, anzi ignorandole volutamente.

Il reduce di guerra che apre gli occhi sulle malefatte del potere politico è un cliché, la storia del cinema americano ne è piena. Ma questa non è l’America: la dinamica del reducismo dalle guerre recenti, affrontato con i crismi della contemporaneità, viene ambientato in una Londra molto periferica e normale, il sergente Budd è controllato, calmo, tranquillo, freddo. Apparentemente. Non perde la testa, non manifesta, non grida, non si arrabbia.

La sequenza iniziale da sola vale la serie: Budd sventa un attentato terroristico su un treno per Londra, senza sparatorie, senza luoghi comuni, riuscendo però a tenere la tensione altissima. Semplicemente facendo capire all’attentatrice, e allo spettatore, che lui e lei sono sulla stessa barca, vittime dello stesso gioco e delle stesse persone, ma senza usare parole così esplicite.

Il nemico comune sembra essere proprio il Segretario di stato, Julia Montague: gli Inglesi hanno un’esperienza innegabile in figure femminili di grande potere e pari stronzaggine. Il nostro reduce di guerra disturbato le viene assegnato come scorta personale, e nel sergente Budd esplode la contraddizione tra il dovere di proteggere e l’odio per chi è responsabile dei suoi incubi e della distruzione della sua vita.

Nessuno è simpatico, in Bodyguard, non ci sono giudizi tranchant, non ci sono cattivi assoluti e buoni assoluti. La politica estera si intreccia a quella interna, le differenze di classe sono un tema portante della narrazione, ne viene mostrato il parallelismo con i fenomeni di emarginazione e discriminazione delle società occidentali, le scene sono per lo più girate in periferia, i meccanismi mediatici e comunicativi dei processi legislativi vengono messi a nudo, ma come fosse scontato, senza grandi sorprese: mettere un assistente arabo accanto al segretario di stato serve solo a rassicurare l’elettorato di sinistra. Gli interrogatori da parte della polizia sono educati e freddi, tutti si danno del lei e nessuno alza le mani. Nessuno sembra davvero credere che ciò che sta facendo serva a qualcosa. Mangiano malissimo per tutto il tempo.

Anche gli attentati, numerosi, non finiscono come ci si potrebbe aspettare.

Il contesto è funzionale ad esaltare ancora di più l’alienazione di Budd, che non se la gode neppure nelle uniche due scene di sesso, e tenta di uccidersi, ma non muore perché la pistola è a salve.

Tra Ken Loach, Le Carrè e Mark Herman, questa serie è, essenzialmente, molto inglese.

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