Il tardo situazionismo di Myss Keta

Caterina Orsenigo

Myss Keta, la ragazza mascherata di Porta Venezia, sedicente regina delle strade di Milano è apparsa sabato notte sul palco del Combo – Florence.

C’è chi si è presentato due ore e mezza prima dell’effettivo inizo del concerto, c’è chi ha affrontato una lunga coda all’entrata (pagando un biglietto dal prezzo assolutamente politico perché Myss Keta è trasversale e colpisce varie e svariate fasce di pubblico, offrendo altrettanti livelli di lettura del suo lavoro, anche se chi rimane al primo, come dice lei “ha un problema”).

Myss Keta, portando con sé la degna eredità del Casto Divo, rappresenta il miglior situazionismo, disincantato e disinvolto, in faccia al contemporaneo e dentro al contemporaneo, toccandolo e dissodandolo nella sua “persona” più che nelle sue parole.

E infatti quando nelle interviste racconta di sé inventa ogni volta aneddoti e passati diversi, dice, smentisce, accosta affermazioni surreali ad altre tutto sommato plausibili e così fa l’occhiolino all’affaire fake news, e insieme lo neutralizza esplicitandolo. Niente di quello che dice è vero, niente è falso.

E lo stesso vale per il suo personaggio. Oggi vediamo due tendenze parallele nei confronti dei personaggi di cultura e media: da un lato c’è il desiderio morboso di conoscerne, da una parte, e di raccontarne, dall’altra, il dietro le quinte, la vita privata, in qualche modo la “verità” – verità che così si fa contingente e personale, cerca l’immedesimazione ma perde qualsiasi possibilità di sublimazione; accanto a questa tendenza, si ha poi quella a un visibile e rivendicato anonimato, un’assenza di volto che si fa ancora più incisivamente presente, come nel caso della Ferrante o di Liberato, tanto più nel contesto di curiosità patolgica di cui si diceva. Myss Keta deride antrambe le tendenze. Dice di nascondersi ma la caccia al tesoro che scatta appunto nei confronti di Liberato o Ferrante qui perde ogni senso perché in realtà noi la vediamo perfettamente, in carne e ossa: ne vediamo corpo e parte del viso, ne conosciamo la voce e le movenze. Cambierebbe qualcosa saperne nome e cognome e vederne bocca e occhi? (L’occhiolino qui arriva fino alle donne col Burka – ma che sia di Gucci – delle quali non diremmo certo di non conoscere l’identità.) La vera maschera è la sua posa ma chi, pur raccontandosi e svelando più o meno ostentatamente la propria intimità, non è comunque, e meno onestamente, “poser”?

Myss Keta crea un personaggio e a quello, con una serena epoché, possiamo e dobbiamo credere. E infatti, come dice lei stessa citando la tragedia greca a ogni intervista, è attraverso la maschera che si può dire la verità (dunque attraverso l’opera e l’invenzione piuttosto che nello spasmodico tentativo di dire un piccolo “vero-per-sé”). Così racconta senza traccia di buonismo o politically correct Milano ma non solo, in generale una fetta del mondo contemporaneo, fatta sì di sushi e coca, ma non davvero ricca, fatta anche di squallore e “wannabe”, ingenuità, ignoranza e in tutto questo forse anche di una parte di autenticità, tanto da poter supporre quasi quasi che a modo suo Myss Keta sia di “sinistra” – Gaber penso l’avrebbe messa lì – perché inclusiva e non “tollerante”, perché mette in discussione, perché oltre a raccontare un mondo, propone anche un mondo ed è quello di via Padova e Porta Venezia, asse di migrazioni e locali gay, giusto al confine con i ricchi palazzi di corso Venezia e Palestro. Racconta una realtà parallela, non la critica ma verbalizzandola la sminuisce per chi ci crede, la avvicina a chi non la vede, la mostra nel suo squallido wannabe e insieme strappa un sorriso di tenerezza e partecipazione perché di quel mondo fa parte qualunque milanese, c’è chi ha il weekend a Courma e chi la serata al Love. E infatti, mentre invocava “Firééééénzééé”, con la caricatura del mio accento, sorridevo al suo situazionismo kitsch (con tanto di “boys” con passamontagna da Black Block) e il situazionismo è una delle migliori risposte a questo contemporaneo – insieme all’ironia – per potersi immergere nello zeitgeist, capirlo e non prenderlo sul serio, non prendersi sul serio.

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