Tre: La poesia di Bolaño

Ferruccio Mazzanti

Roberto Bolaño Ávalos, Tre, Sur Editore 2017, pp. 197, 16,50 €

Ammesso che esista, uno splendido, intenso modo per cominciare a leggere Bolaño potrebbe essere quello di partire dalle opere minori (cosa che io non ho fatto) e Tre, silloge di poesie del tutto anomala, rappresenta un piccolo squarcio sul vasto, labirintico e senza dubbio onirico mondo che tanto affascina nell’immaginario di questo scrittore Cileno che però è apolide e quindi appartiene a tutti quanti e in particolare a se stesso. E se è vero che Bolaño si considerava prima di tutto un poeta, allora sarà proprio tra le sue poesie che potremo vedere in una forma semplificata ma non per questo meno intensa e viscerale la struttura che soggiace nei suoi lavori più complessi. Prendete ad esempio il primo capitolo di Tre, intitolato magicamente Prosa dell’autunno a Girona. Si tratta di un poema d’amore tra Bolaño e una sconosciuta che inizia così: “Una persona – dovrei dire una sconosciuta – che ti accarezza, scherza con te, è dolce e ti porta fin sull’orlo di un precipizio. Là, il personaggio dice ah o impallidisce. Come se fosse dentro ad un caleidoscopio e vedesse l’occhio che lo guarda. Colori che si ordinano secondo una geometria aliena a tutto ciò che sei disposto a prendere per buono. Così inizia l’autunno, tra il fiume Oñar e la collina di Las Pedreras”.
Il lettore poco avvezzo alla lettura di poesie potrebbe dubitare che, data l’assenza di un ricorsivo andare a capo o la mancanza di spregiudicatezza stilistica tipica della poesia, questa cosa qui che Bolaño ci propina non sia effettivamente una poesia. E il lettore avrebbe proprio ragione, perché uno (tra i tantissimi) degli elementi più geniali di Bolaño consiste proprio nell’aver eliminato definitivamente la differenza tra prosa e poesia. Certo non è stato il primo a pensare a questo aspetto, ma senza dubbio si è dimostrato incredibilmente abile nel consacrare l’unione tra prosa e poesia, così che in definitiva potremmo considerare i suoi romanzi come dei lunghi poemi intensi e indimenticabili e le sue poesie come dei romanzi brevi e lacunosi, pieni di implicazioni emotive taciute che però risuonano dentro di noi come cose imperiture e vaste fino alla fine dei giorni.
La seconda poesia di Prosa d’autunno a Girona fa così: “La sconosciuta è sdraiata sul letto. Attraverso scene senza amore (cori piatti, oggetti sadomasochistici, pillole e smorfie da disoccupati) arrivi al momento che definisci l’autunno e scopri la sconosciuta.
Nella stanza, oltre al riflesso che risucchia tutto, osservi sassi, lastre di pietra gialla, sabbia, guanciali con capelli, pigiami abbandonati. Poi sparisce tutto.”
E un lettore che abbia un briciolo di umanità dentro di sé non può che inchinarsi a terra e pregare con flessusi gesti arabi che la vita e la letteratura siano per sempre così.

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