UN’ALTRA CENA. UN’ALTRA RECENSIONE

ENRICA FEI

Simone Lisi, Un’altra cena. O di come finiscono le cose, Effequ, 2018, pp. 172, € 12,00

Nel febbraio 2018 Simone Lisi, classe 1985, fiorentino, pubblica il suo romanzo d’esordio Un’Altra Cena. O di Come Finiscono Le Cose (la presentazione con data e luogo di nascita è per farlo sentire importante: tu che stai leggendo lo conosci benissimo, lo so, e non per il suo libro ma perché sei fiorentino anche tu, come lo sono io, come lo è questa rivista, come lo è chi l’ha fondata, come chi è chi ci scrive e chi la legge o, almeno, fa finta di leggerla ma ne ha sentito parlare – esattamene come per il libro di Simone). Il 21 febbraio dello stesso anno, Ferruccio Mazzanti, suo amico, pubblica una recensione su questa rivista (la trovate qui). Ovviamente Ferruccio si è sentito in imbarazzo a parlare del libro di Simone perché, come scrive, è difficile recensire il libro di un amico – specie quando, aggiungo io, si appartiene alla borghesia fiorentina, ed “essere amici” equivale a conoscersi da quando si è nati o da prima di nascere (perché i genitori si conoscevano da quando sono nati e vi hanno concepiti nella vacanza che hanno fatto assieme – magari quindi siete fratelli e non lo sapete neanche), non vi conoscete da quando siete nati ma avete passato la vostra vita con persone che conoscono il vostro amico da quando sono nati (quindi vivete da quando siete nati con l’ansia che sia accaduto qualche fattaccio al tempo dei vostri concepimenti e che nel vostro gruppo di amici siano in corso numerose relazioni incestuose di cui non si saprà mai nulla). Un anno e mezzo dopo accade il «miracolo dell’attraversamento», di cui parla Simone in Un’Altra Cena: «che qualcuno di sconosciuto si possa finalmente conoscere». E questa volta la protagonista del miracolo dell’attraversamento è Enrica Fei (cioè io; il nome e cognome è per darle importanza, come data e luogo di nascita per Simone), che ha conosciuto Ferruccio e Simone nel giugno 2019 pur appartenendo alla stessa borghesia fiorentina (e infatti ha conoscenze in comune con Ferruccio e Simone che datano di un trentennio a trent’anni e se non è sorella è lontana cugina di uno di loro ma non lo saprà mai). Fatto sta che Enrica legge il romanzo di Simone con un anno e mezzo di ritardo e decide di scriverci una recensione su Il mondo o niente. Ferruccio, però, le fa giustamente notare che la maggior parte dei lettori de Il mondo o nientesono fratelli, cugini, zii, forse figli di Simone, quindi probabilmente il libro lo hanno già letto o hanno fatto finta di leggerlo, e non sarà grazie alla recensione di Enrica che lo rileggeranno o leggeranno finalmente una volta per tutte. Io però (che sono Enrica ed è arrivato il momento che venga allo scoperto) leggendo il libro di Simone ho fatto delle riflessioni proprio su questo. Sul fatto che il romanzo di Simone parli di questo mondo, di se stesso, di me che scrivo, di te che stai leggendo, di chiunque legga Il mondo o nienteo faccia finta di leggerla, e lo fa con una superba malinconica tenerezza, e tristezza, e rimpianto, che è il più grande valore del libro. Ho anche pensato, però, che forse, per capire il libro, è necessario conoscere bene il mondo di cui parla Simone, altrimenti Un’Altra Cenapuò essere frainteso, stare antipatico o risultare noioso. Questo forse è il maggiore limite di Un’Altra Cena, che però, in fin dei conti, è un’opera prima, e quindi ci sta che non sia perfetta. Su questo valore e su questo limite ho scritto la mia recensione. La offro ai lettori de Il mondo o nientecome un invito ad una seconda lettura. Penso che Un’Altra Cenadica di Simone e del suo mondo più di quanto Simone stesso intendesse. E un’opera prima così, che arriva a parlare più del suo autore, merita sempre una seconda lettura.

***

Simone Lisi esordisce con un romanzo che gli appartiene: una storia che conosce, una cena delle tante a cui ha partecipato. Dialoghi ed aneddoti che sono i suoi, quella della sua compagna, delle compagne che ha avuto; quelli dei suoi amici, sempre uguali e sempre gli stessi; quelli del protagonista, che vede allo specchio da quando ha messo gli occhi sul mondo e ha dato un nome alle cose. È questo almeno ciò che arriva al lettore; o solo al lettore, forse, che conosce il mondo che Lisi abita e ritrae, carezzandolo con ironia, arrendevolezza e un senso malinconico di ineluttabilità – «esiste solo la vita borghese». È un mondo borghese e radical chic, dove «le porte sono tutte socchiuse», dove si guarda il resto del mondo con curiosità e pettegolezzo – «vogliamo aprirle?»- ma, di tendere la mano, non si ha il coraggio. Piccolo-borghese, piccolo e borghese, mediamente ricco e altamente provinciale, un mondo di zie con la casa in campagna nella quale forse un giorno si andrà a vivere; di chiacchiere a caso su Marx; di discorsi ripresi e interrotti sul nulla, «l’abissale abisso inutile»–«A queste cene, poi, non si finisce sempre per parlare di donne delle pulizie?» «Dipenderà dal fatto che la vita è un abissale abisso inutile?»; «Ma quindi, mi stai dicendo che la tua ex ha cambiato macchina?» «Sì, ha preso una Mini» «Pazzesco»; di sogni e progetti che non sono progetti ma parole a caso, perché nessuna alternativa è davvero possibile – «Vivremo in Iran?» «Sì» «O nelle case popolari alla Giudecca?» «Fai piano, voglio dormire». Un mondo sempre uguale e rassicurante, e rassicurante perché sempre uguale – «Sto benissimo con loro – dice Livia, la compagna del protagonista, parlando degli amici che verranno a cena – sto bene in modo completo. Quando siamo con loro io sento che niente di male potrà mai accadermi (…). Questo senso di eternità, di eternità sì, è quello che provo prima di queste cene. Costruiamo aeroporti nella città di domani durante queste nostre cene, (…) [gli aerei] atterreranno sopra le nostre teste, anche di notte, atterreranno su di noi e noi staremo in terrazza come stasera (…) a guardare atterrare gli aerei e sarà così per sempre. È un pensiero che mi fa stare bene, non mi spaventano gli aerei che atterranno, semmai il contrario, i decolli, quelli sì».

Il lettore che non lo percepisce familiare e non vi ha confidenza non può che trovare il mondo di Lisi antipatico e respingente. E forse quindi ne respingerà il libro, trovandolo espressione di una gioventù esordiente e borghese che scrive per noia ed esercizio di stile. La scelta del dialogo come principale modalità narrativa (tre quarti dell’intero volume) apparirà pretenziosa, i contenuti delle conversazioni degli amici a tavola (i quattro personaggi del libro) noiosi e compiaciuti, le brevissime digressioni descrittive un esercizio di surrealismo poco riuscito, che non è perturbante ma vuole esserlo, in un modo che è troppo esplicito e quindi quasi ridicolo. Ma nel respingerlo, non coglierà le perplessità del protagonista dietro ai suoi interrogativi apparentemente banali – «Cosa ti aspetti da questa cena?». Non lo seguirà nei suoi passi indietro dal mondo a cui appartiene -“Viviamo in strutture ermetiche. Apparentemente isolate dal prima e dal fuori». Non leggerà nei suoi progetti di sottotitoli disfunzionali – «Sottotitoli fatti a caso?». «Esatto» –il suo motore creativo verso un mondo diverso, «un mondo in cui non esistono chiavi», e «le porte», quindi, «non sono chiuse». Sorvolerà annoiato sulla sua ansia di fuga da un mondo che gli sta stretto ma che è l’unico che può abitare – «Come farò a tornare alla spiaggia? (…) un oracolo di sventure, perché non si può che predire che quello, perché non c’è salvezza». Leggerà stanco l’episodio finale, in cui il protagonista rovescia per sbaglio un intero bicchiere di vino sul capo del figlio piccolo della coppia di amici, e storcerà il naso a quella che troverà una velleitaria peripezia stilistica – «Il vino, nel tempo in cui resta senza un contenitore, in cui volteggia tra bicchiere e testina pelata di bimbo, a tutti gli effetti il vino assume la forma solida. Il poligono rosso polimorfo volteggia creando delle strutture che ricordano le nuvole in cieli autunnali, al tramonto. Forse ricorda dei corpi, che a loro volta ricordano delle nuvole». E nello storcere il naso esasperato, non coglierà l’ironia evidente della sequenza, la cui descrizione barocca stride col contenuto insignificante dell’episodio, e sorvolerà sulle riflessioni del protagonista – «Cos’è questa cosa che avviene? Una storia che racconteranno a qualche cena del futuro? L’inizio di qualcosa? La fine di un periodo? Niente di tutto questo?».

Non coglierà l’ironia e gli interrogativi del protagonista perché, almeno parzialmente, non li comprenderà, e non per colpa sua. Lisi è fiorentino, e la borghesia che inscena in Un’Altra Cenanon è la borghesia, e non è nemmeno la borghesia italiana: è la piccola e media borghesia fiorentina, con i suoi tic, i suoi luoghi di ritrovo, i suoi argomenti di conversazione, i suoi appartamenti divisi in migliaia di appartamenti sempre più piccoli. Ma il ritratto della “fiorentinità”, per così dire, non è esplicitato: solo il lettore che la conosce direttamente ne afferrerà i riferimenti chiari e, quindi, anche l’ironia, la critica. È necessario essere profondamente familiari con il mondo che Lisi abita e descrive per poter leggere tra le righe dei lunghi dialoghi; comprendere l’ironia dell’autore che enfatizza il «miracolo dell’attraversamento»che ha fatto incontrare il protagonista e Livia – «io sostenevo a quel tempo, e lo ripeto ancora oggi, che in una piazza della nostra città, in una piazza qualsiasi, era possibile non conoscere mai nessuna delle persone che frequentassero il bar a fianco al nostro (…) in cui è ancora possibile il miracolo dell’attraversamento. Che qualcuno di sconosciuto si possa finalmente conoscere»; cogliere il senso profondo dei lunghi dialoghi sugli «appartamenti», «le terrazza a tasca», «gli affitti», «i turisti», «la bella stagione», «i bed and breakfast»- intorno a loro, di fronte a loro, dentro di loro – «Guardate fuori dalla finestra [la piccola terrazza a tasca]. Non vi sembra il Brasile?».

Ed è forse in questa necessità – la conoscenza del mondo, non universale, che Un’Altra Cenadescrive – che sta l’acerbità dell’opera prima di Lisi. L’autore è profondamente familiare con i propri personaggi, e sembra che lo debba essere anche il lettore perché essi prendano vita; perché il sorriso triste e sornione del protagonista sia visibile, tra una battuta e l’altra, insulsa e noiosa; perché il sapore di tragedia ineluttabile parli dell’esistenza dei protagonisti, non solo della loro relazione di coppia; perché l’amore e la tenerezza dell’autore per i suoi personaggi arrivi davvero, e non risulti solo esercizio di stile; perché i calici di vino rovesciati sul «pupo pelato»parlino davvero della banalità grottesca delle vite dei personaggi. Perché al lettore arrivi il profondo e malinconico senso di rimpianto, che è il massimo valore del romanzo di Lisi. Il rimpianto per qualcosa che non si è mai vissuto, perché, se ne è consapevoli, non si è grado: in grado di vivere una vita diversa, di vedere cosa nasconde la corte dalla «luce perennemente accesa», l’Iran, la Giudecca, la casa in campagna della zia dove non si vivrà mai.

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